Nell’ultimo periodo su Instagram e Tiktok non si fa altro che parlare di ADHD. Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività pare diventato una moda, con un boom di persone che dichiarano di soffrirne. Alcuni di questi profili attivi non corrispondono a persone realmente diagnosticate: esistono tanti “self diagnosed”, specialmente in Paesi dove il costo dei percorsi diagnostici è molto elevato. Ma a parte i millantatori, è vero che abbiamo assistito a un incremento delle diagnosi di ADHD negli ultimi anni. Quali sono i motivi? È una sorta di epidemia o ci sono altre ragioni?
Prima di esporre ragionamenti più scientifici, però, torniamo un momento al problema dei “falsi” ADHD. Un recente sondaggio realizzato negli USA ha provato a stimare la prevalenza di questo disturbo, ma in modo decisamente antiscientifico: è stato chiesto a molti genitori sparsi in tutto il Paese se il loro bambino mostrasse segni di iperattività e distrazione. Sono usciti numeri di potenziali ragazzi ADHD che non corrispondono al reale, dato che mancano solide basi, una conoscenza del soggetto, uno standard scientifico... e molti bambini sono frenetici per natura! In realtà l’ADHD ha una prevalenza fissa a livello mondiale, riguardando “soltanto” il 5,4% dei bambini e il 2,6% degli adulti.
Tornando a considerazioni più fondate, il motivo per cui più bambini e adulti vengono riconosciuti ADHD riguarda i criteri diagnostici. A partire dal 2013, la nuova versione del DSM ha infatti modificato leggermente i criteri per il cut off. Se prima erano necessari 6 sintomi di disattenzione e 6 di iperattività, oggi per essere valutati ADHD sono necessari 5 sintomi per gli adulti e 6 per i bambini. I sintomi dovevano comparire prima dei 7 anni nella vecchia versione, ma ora il momento di esordio è considerato entro i 12 anni.
Ma i criteri diagnostici sono solo una parte della questione. Il neurologo pediatrico Max Wiznitzer sostiene infatti che il motivo per cui i casi di ADHD sono aumentati risiede nella genetica. Essendo questa una neurodivergenza ereditaria (addirittura nel 70-80% dei casi) molti genitori che scoprono il disturbo nei figli si fanno valutare e diagnosticare a loro volta. In passato, infatti, non c’era molta informazione sull’ADHD. Tante persone che attraversavano delle difficoltà non pensavano di avere una neurodivergenza, quindi non si facevano valutare.
In questo senso il contributo dato dai social è positivo, perché può aiutare tante persone a riconoscere in sé i tratti ADHD e ad avviare un percorso. Ma attenzione! Autodiagnosticarsi in base a un reel è profondamente sbagliato. Per capire veramente se si è neurodivergenti è necessario affrontare un percorso diagnostico con professionisti accreditati.
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