Non è raro pensare che gli eventi della vita quotidiana abbiano qualcosa da dirci su noi stessi. Se il partner è nervoso e risponde male, pensiamo di aver fatto qualcosa di sbagliato; se in un post di Instagram riferito a una serata trascorsa in compagnia non siamo taggati, pensiamo di non essere stati abbastanza brillanti o di compagnia; se il capo ci affida un compito noioso, crediamo immediatamente che sia una punizione. E non parliamo poi del classico: le spunte blu, i messaggi senza risposta, che provocano tante rimuginazioni. Questo modo di pensare è il risultato del bias di personalizzazione, una distorsione cognitiva che ci porta ad attribuire a noi stessi la causa di eventi e comportamenti altrui anche quando non esistono elementi oggettivi a sostegno di questa interpretazione.
Non si tratta di semplice egocentrismo ma spesso di insicurezza, ansia o bisogno di controllo. Pensare che tutto dipenda da noi può dare l’illusione di avere potere sulla situazione: se la causa sono io, allora posso correggere, rimediare, prevenire. Il rovescio della medaglia è che finiamo per assumerci responsabilità che non ci appartengono, caricandoci di un peso emotivo inutile.
Questo bias emerge con facilità nella vita quotidiana: nelle relazioni personali, dove il silenzio o la distanza vengono letti come segnali di rifiuto; nel lavoro o nello studio, quando un clima teso viene interpretato come una conseguenza diretta delle nostre azioni; sui social network, dove contenuti generici sembrano alludere proprio a noi. In generale, ogni volta che mancano informazioni chiare, la mente tende a riempire i vuoti mettendo se stessa al centro della scena.
Alla base di questo meccanismo ci sono diversi fattori psicologici. Il nostro punto di vista è quello più immediato e accessibile, quindi diventa il riferimento principale per spiegare ciò che accade. Inoltre, il cervello tollera poco l’incertezza e preferisce una spiegazione rapida, anche se imprecisa, piuttosto che rimanere nel dubbio. A questo si aggiunge una maggiore sensibilità al giudizio altrui, che porta a monitorare costantemente segnali di approvazione o disapprovazione. Alcuni pensieri tipici del bias di personalizzazione sono:
Nel tempo, questo modo di interpretare la realtà può avere conseguenze importanti. L’ansia aumenta, perché ogni interazione diventa un potenziale esame. Il senso di colpa si fa più frequente e sproporzionato, anche in situazioni fuori dal controllo. Le relazioni rischiano di diventare più fragili, perché si reagisce a intenzioni presunte anziché a fatti reali. Anche l’autostima ne risente, oscillando in base a segnali spesso immaginari.
Ridimensionare il bias di personalizzazione non significa smettere di interrogarsi su se stessi, ma imparare a farlo con maggiore equilibrio. È utile allenarsi a considerare spiegazioni alternative, basandosi su dati concreti piuttosto che su supposizioni. È bene inoltre osservare il proprio dialogo interno, riconoscendo frasi automatiche che attribuiscono colpa o responsabilità senza prove. Può aiutare ricordare alcuni principi semplici:
Riconoscere questo bias permette di alleggerire il carico emotivo quotidiano e di vivere le relazioni con maggiore serenità. Accettare che molte cose non ci riguardano non è una perdita di controllo, ma un guadagno in lucidità e benessere. Spesso, la realtà è molto meno personale di quanto la nostra mente ci faccia credere.
Ricordiamo che i bias sono caratteristiche umane e fanno parte del funzionamento globale del cervello. Il punto non è liberarsene radicalmente, ma imparare a riconoscerne i meccanismi di base.
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