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    Il multitasking non fa per noi
    Fare più cose contemporaneamente è difficile e neanche con l’allenamento è possibile ottenere la stessa accuratezza di quando si svolge un compito alla volta.

    Il mito del multitasking (fare più cose contemporaneamente) sta un po’ crollando, per fortuna, ma ancora molte persone pretendono da se stesse di realizzarlo. Anche tanti di datori di lavoro richiedono un simile sforzo ai loro dipendenti, nonostante la scienza da tempo coltivi dubbi sull’efficacia di queste disposizioni.

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    La speranza che alimenta il mito del multitasking è di riuscire a trovare una soluzione per essere più produttivi nei ristretti tempi della vita moderna. Accudire un neonato mentre si lavora al PC è un esempio di multitasking a cui diverse mamme in smart working sono costrette. Anche effettuare una telefonata di lavoro mentre si gestiscono dati di altro tipo sembra un modo per gestire meglio le risorse. Ma il multitasking funziona davvero?

    Secondo gli studi e secondo l’esperienza concreta di molti, fare più cose contemporaneamente è un fallimento. È molto difficile restare concentrati su due compiti e si finisce quasi sempre per svolgerne uno male o per compiere errori multipli, o ancora di metterci più tempo di quanto se ne sarebbe impiegato a fare una cosa per volta. Diverse persone, però, si danno la colpa per questo: “E se fosse un mio problema?” si chiedono, “E se mi allenassi di più?”.

    Questi sono interrogativi che si sono posti anche gli scienziati. E se il multitasking si potesse imparare, affinare, allenare? Così è stato realizzato un interessante studio, che si è basato proprio sul training.

    I partecipanti allo studio, condotto dalla FernUniversität di Hagen e dalla Scuola di Medicina di Amburgo, erano sottoposti a un compito difficile. Dovevano guardare brevemente un cerchio e descriverne le dimensioni, mentre allo stesso tempo erano esposti a un suono e dovevano definirne la tonalità. I due compiti sono stati scelti appositamente dai ricercatori, poiché sono implicate abilità diverse: una visiva-manuale e una uditivo-verbale.

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    Ciò che veniva misurato durante l’esperimento erano la correttezza delle risposte e la loro tempestività. Ma questa era solo una prima fase. Per i successivi 12 giorni i volontari sono stati incoraggiati ad allenarsi al loro doppio compito, con l’obiettivo di rispondere sempre più correttamente e velocemente. Un vero e proprio addestramento al multitasking.

    Inizialmente è sembrato che l’allenamento desse i suoi frutti perché le risposte erano migliori. Ma gli scienziati hanno poi introdotto piccole variazioni, per vedere se veramente il multitasking fosse sostenibile nella complessità e variabilità delle situazioni, e si è visto che a quel punto fioccavano gli errori. Inoltre le risposte non arrivavano simultaneamente, ma con una certa latenza.

    Fino a poco tempo fa si pensava che chiunque, allenandosi a doppi compiti, potesse diventare bravo nel multitasking ma la nuova ricerca suggerisce che in fondo sarebbe meglio, per il cervello, affrontare un problema alla volta. Inoltre, senza allenamento, è sempre stato chiaro a tutti che il multitasking ha effetti collaterali: affaticamento cognitivo, rallentamento e vulnerabilità agli errori.

    Lo studio tedesco non giunge a conclusioni estreme dicendo che il multitasking sia la bestia nera, impossibile e inutile. Si sostiene però che esista una sorta di collo di bottiglia che riduce l’efficacia assoluta di questa strategia. Va puntualizzato, poi, che svolgere due attività insieme potrebbe essere pericoloso: ad esempio, guidare mentre si parla al telefono può aumentare il rischio di incidenti.

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