Ci immaginiamo spesso la realizzazione di un sogno come un punto d’arrivo netto. Nei sonni più agitati, sogniamo questo: finalmente un giorno succederà, ce l’abbiamo fatta, ci sentiremo completi. Per anni rincorriamo un obiettivo convinti che, una volta raggiunto, qualcosa dentro si sistemerà da solo. E invece capita una cosa che spiazza più del fallimento: arrivare lì e non provare quasi niente. E, come una pianta selvatica, come un’erbaccia, spunta e si allarga un vuoto difficile da spiegare.
È una sensazione che molte persone fanno fatica ad ammettere perché suona quasi ingrata. Hai ottenuto ciò che desideravi, eppure non sei felice come pensavi. Dovresti essere soddisfatto, entusiasta, appagato. Invece ti ritrovi a chiederti: tutto qui?
La prima reazione è pensare di essere sbagliati o incapaci di godersi i risultati. Ma non sempre il problema è nella mancanza di gratitudine. A volte il punto è un altro: quel sogno non nasceva davvero da te.
Molti obiettivi che inseguiamo vengono assorbiti senza rendercene conto dall’ambiente in cui viviamo. Successo professionale, una certa idea di relazione, la casa giusta, il riconoscimento sociale, perfino alcuni desideri apparentemente personali. Li vediamo attorno a noi, li sentiamo raccontare come simboli di realizzazione e finiamo per adottarli come se fossero spontanei. Solo che interiorizzare un modello non significa automaticamente desiderarlo nel profondo.
Per anni possiamo confondere il “voglio questo” con il “mi hanno insegnato che dovrei volerlo”, poi lo otteniamo e ci accorgiamo di non essere felici.
Ed è proprio lì che cade l’illusione. Perché quando il traguardo è finalmente concreto, sparisce anche l’adrenalina dell’inseguimento. Resta il contatto diretto con la realtà: questa cosa mi appartiene davvero oppure no? Se la risposta è incerta, il senso di vuoto è quasi inevitabile.
C’è anche un altro aspetto da considerare: a volte non desideriamo tanto l’obiettivo in sé, quanto l’identità che pensiamo ci darà. Crediamo che una volta raggiunto diventeremo più sicuri, più stimati, più sereni. In pratica carichiamo quel sogno di una funzione salvifica. Ma nessun risultato esterno riesce a colmare da solo un bisogno interno di conferma.
Il disagio che segue il raggiungimento di una tappa importante non è sempre una delusione verso ciò che abbiamo ottenuto, ma spesso è una disillusione verso la narrativa che ci eravamo costruiti.
Questo non significa che ogni traguardo raggiunto e poco entusiasmante sia sbagliato. Alcuni obiettivi servono comunque a farci crescere, anche solo perché ci costringono a fare i conti con quello che non ci basta più. Perciò la sensazione di svuotamento post-successo può avere una funzione utile: interrompe il pilota automatico. Arriva allora una domanda meno comoda ma molto più sincera: se nessuno mi guardasse, se nessuno giudicasse il mio percorso, sceglierei ancora questa meta?
Non è facile distinguere i desideri autentici da quelli ereditati. Siamo immersi fin da piccoli in aspettative sottili, modelli di successo, confronti continui. Eppure il corpo, in qualche modo, presenta sempre il conto. Quando ottieni qualcosa che pensavi fondamentale e ti senti emotivamente altrove, forse non sei diventato improvvisamente insensibile; forse hai solo raggiunto una destinazione costruita più per essere approvata che per essere abitata.
Il bello è che la vita non finisce qui. Anche a 30, 40, 50, 60, 70 anni può arrivare un viraggio deciso. Se per tutta la vita hai inseguito sogni non tuoi, ora è tempo di fare spazio a ciò che ti rende davvero felice.
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