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    Lookismo: una forma di discriminazione poco conosciuta ma molto vissuta
    Chi non si conforma viene spesso escluso e bullizzato. Questo è valso per chi aveva un orientamento sessuale diverso, per esempio, per le persone disabili, e potremmo continuare all’infinito. Ma c’è una forma di discriminazione più silente, quasi invisibile, che però influenza profondamente milioni di persone: il lookismo, che riguarda l’aspetto fisico

    Hai mai sentito parlare di lookismo? Forse no, ma potresti subire quotidianamente questa forma di discriminazione. Ecco perché oggi ne parleremo.

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    Il termine “lookismo” deriva dall’inglese lookism e indica il trattamento preferenziale o sfavorevole di una persona in base al suo aspetto esteriore. Questo tipo di discriminazione può colpire chiunque, ma tende a penalizzare soprattutto chi non rientra nei canoni estetici dominanti, che variano a seconda del contesto culturale e storico. Età, peso, caratteristiche somatiche, stile di abbigliamento e conformità agli standard di bellezza possono diventare criteri di giudizio, spesso inconsci, che influenzano il modo in cui una persona viene percepita e trattata.

    Quando abbiamo detto che i canoni “variano a seconda del contesto culturale e storico” abbiamo implicitamente accennato al fatto che gli ideali di bellezza non sono fissi né nel tempo né nello spazio. Sappiamo tutti che in alcune zone dell’Africa gli uomini sovrappeso sono considerati più piacenti, solo per fare un esempio. E sappiamo, ancora, che negli anni ’50 piacevano le donne con il busto a clessidra mentre negli anni ’90 la forma femminile più apprezzata era la magrezza al limite dell’anoressia. Anche per i visi valgono le stesse differenze! Insomma, quello che è “brutto” oggi potrebbe non esserlo domani. È tutto relativo. Ecco perché il lookismo è intrinsecamente stupido.

    Il lookismo si manifesta in molti ambiti della vita quotidiana. Nel mondo del lavoro, ad esempio, numerosi studi dimostrano che le persone considerate “più attraenti” hanno maggiori probabilità di essere assunte, promosse o valutate positivamente, anche a parità di competenze. Al contrario, chi viene giudicato meno conforme agli ideali estetici può subire esclusioni, salari più bassi o minori possibilità di carriera. Questa dinamica non riguarda solo settori legati all’immagine, ma attraversa trasversalmente l’intero mercato del lavoro.

    Anche il sistema educativo non è immune dal lookismo. In ambito scolastico, l’aspetto fisico può influenzare il modo in cui studenti e studentesse vengono trattati da insegnanti e compagni, incidendo sul rendimento, sulla partecipazione e sul benessere psicologico. Fenomeni come il bullismo e il body shaming sono spesso espressioni dirette di una cultura che attribuisce valore alle persone in base al loro aspetto.

    Anche i media e i social network svolgono un ruolo centrale nella diffusione del lookismo. Pubblicità, cinema, televisione e piattaforme digitali propongono modelli di bellezza irrealistici e omogenei, che diventano parametri di riferimento per l’autovalutazione e il giudizio degli altri. L’uso di filtri, ritocchi e immagini idealizzate contribuisce a rafforzare l’idea che il valore personale sia strettamente legato all’apparenza, alimentando insicurezze e discriminazioni.

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    Le conseguenze del lookismo non sono solo sociali, ma anche psicologiche. Essere costantemente giudicati per il proprio aspetto può portare a bassa autostima, ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare. Inoltre, interiorizzare questi giudizi significa spesso accettare una visione riduttiva di sé, che limita l’espressione della propria identità e delle proprie potenzialità.

    Così come avvenuto per altre disuguaglianze basate su genere, origine o orientamento sessuale, è necessario fare più sforzi a livello mediatico e intellettuale per eradicare la discriminazione basata sul lookismo. Promuovere la diversità dei corpi e degli aspetti, educare al pensiero critico fin dall’infanzia e valorizzare le competenze e le qualità personali oltre l’apparenza sono passi fondamentali in questa direzione.

    Sogniamo un mondo dove la varietà delle forme umane non sia più fonte di dolore ed esclusione sociale. Ma possiamo intanto partire da noi, coltivando la capacità di guardare oltre quando incontriamo una persona.

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