Oggi fotografiamo praticamente tutto, complice la grande quantità di memoria presente nei cellulari. Quando scattiamo non ci pensiamo, ma è ovvio che molte di quelle immagini non le riguarderemo mai più. Come mai, allora, continuiamo imperterriti?
La psicologia ha delle risposte da darci. Le ragioni per cui fotografiamo anche ciò che non riguarderemo sono inconsce ma legate a precise richieste del nostro cervello.
La più importante esigenza che ci spinge a scattare riguarda la memoria. Fotografare un momento è un modo per dire al nostro cervello: "Questo vale la pena di essere conservato". L'immagine diventa una specie di promemoria, un archivio esterno a cui affidiamo parte dei nostri ricordi. Non riguarderemo la foto, ma ci siamo concentrati abbastanza per analizzare e ricordare un momento.
Questo è quello che l’inconscio ci dice quando fotografiamo qualcosa, però i fatti potrebbero smentirci. Qualche volta fotografare un'esperienza può paradossalmente renderla meno memorabile. Uno studio sperimentale del 2014 ha confrontato la quantità di dettagli che i volontari ricordavano scattando una foto o non scattandola: quando avevano fatto delle foto, le persone ricordavano peggio i particolari delle scene che avevano visto. L'ipotesi è che, sapendo di avere una fotografia, il cervello deleghi parte del lavoro alla tecnologia.
Nemmeno questa è tutta la verità. Altri studi hanno dimostrato che fotografare non migliora o peggiora la memoria come atto in sé: tutto dipende dall’attenzione. Una foto al volo sembra utile per ricordare qualcosa ma rischia di non esserlo; una foto fatta con cura, stando attenti a inquadratura e dettagli, aiuta invece a fissare ricordi vividi.
Abbiamo detto che le foto ci servono soprattutto a ricordare, ma c’è un altro motivo inconscio per cui ne scattiamo tante: pensiamo che in futuro racconteremo le nostre esperienze a qualcuno. Prima le persone facevano schizzi delle cose che vedevano, poi hanno iniziato a fare foto (poche, per la limitatezza dei rullini) e adesso che ci sono gli smartphone l’archiviazione delle esperienze è diventata facilissima. Molte immagini vengono scattate pensando già al momento in cui saranno mostrate a qualcuno, perché in quel momento hanno un contenuto emotivo da comunicare. A volte ci si accorge solo dopo che non erano così rappresentative.
Infatti i nostri telefoni sono pieni, pienissimi di fotografie “inutili”: una tazza di caffè molto ordinaria, un cielo particolarmente bello ma visto da un parcheggio, un angolo della città meno interessante di quel che sembrava. Eppure rispondono allo stesso bisogno: fermare qualcosa che, pochi secondi dopo, non esisterà più nello stesso identico modo. È un filo diretto con la nostra emotività.
In fin dei conti, grazie alla ricchezza della nostra tecnologia, lo scopo della fotografia può non essere più solo creare ricordi segnanti, da ripercorrere decine di volte. A volte basta sapere che quel momento è stato conservato da qualche parte.
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