Quante volte sentiamo o leggiamo, in particolare sui social, inviti a prenderci cura di noi? Il focus sul benessere individuale oggi è molto forte. Si moltiplicano i consigli, dai più semplici ai più impegnativi: concedersi un bagno caldo con candele profumate, scrivere un diario, meditare, fare lunghe camminate nella natura, mangiare bene, andare in terapia…
Il problema è che molte persone, pur seguendo questi consigli, continuano a non sentirsi bene e se ne fanno una colpa, aggiungendo una nuova frustrazione a quelle che già hanno. “Forse non mi prendo abbastanza cura di me” è un pensiero che aleggia nella loro mente.
La risposta potrebbe essere: “Sì, forse non ti prendi cura di te nel modo giusto”. Infatti i consigli di benessere che troviamo sui social sono molto corretti, ma non sempre bastano. A volte seguirli è come cercare di tappare una bottiglia che perde con un pezzo di scotch.
Ci focalizziamo tanto, troppo, sulla resilienza individuale, ma il problema è che certe cose dipendono da problemi più grandi, che vanno oltre noi.
Pensiamo all’ambiente lavorativo. Studi degli psicologi A. Bakker ed E. Demerouti hanno dimostrato che un contesto con troppe richieste e ritmi altamente stressanti genera burnout indipendentemente dalla capacità di adattamento di un soggetto. In altre parole: anche se sei interiormente forte, anche se ti prendi cura del tuo corpo e vai in terapia, se lavori in un ambiente dove le richieste superano le tue risorse andrai comunque in esaurimento.
Lo stesso accade in famiglia. Secondo gli studi di Gottman e Bowlby un contesto familiare dominato dall’abuso emotivo e dall’invalidazione costante genera in moltissimi casi sintomi come ansia e depressione. Questo non è colpa della persona che non è “abbastanza forte”, ma è un problema dell’ambiente.
Cambiare un lavoro che magari è a tempo indeterminato e rende bene non è affatto semplice, così come non lo è allontanarsi dalla famiglia. Ecco perché spesso ci dedichiamo a rituali di autocura come lo yoga ecc., che hanno il pregio di essere poco invasivi e non influiscono su nessuno se non su di noi. Dobbiamo però essere consapevoli che questi sono solo dei palliativi. Se non si interviene sull’ambiente, dicendo più “no” o addirittura pianificando un allontanamento, i problemi rimarranno lì, immutati.
Questo articolo non vuole convincere nessuno a tagliare i ponti o cercare un nuovo lavoro. È piuttosto un invito ad affiancare, all’autoanalisi, la comprensione dell’ambiente. Ci sono cose che fanno male, ma che si è molto restii a cambiare perché la cosa genererebbe sensi di colpa molto forti. Iniziare a valutare prima strategie di allontanamento lievi e poi, eventualmente, prese di posizione più grosse non è un’esagerazione, non è cattiveria, è semplicemente un modo più “pesante” ma più efficace di prendersi cura di sé.
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