Accade molto spesso che problemi concreti ma non enormi, come ad esempio una giornata storta al lavoro o un litigio con il partner, ci destabilizzino tanto. La frustrazione prende il sopravvento, l’ansia monta e magari sgorga anche qualche lacrima.
Potremmo sentire due tendenze opposte: disperarci o cercare di minimizzare. Se ci disperiamo rischiamo di creare “la tempesta in un bicchiere d’acqua” e perdere il controllo. Ma anche minimizzare non è consolatorio. Magari cerchiamo di ripeterci che tanta gente sta peggio, che il nostro problema non è una tragedia, ci sentiamo in colpa persino per esserci rimasti male, però non riusciamo fino in fondo a credere che la frustrazione non sia legittima.
La verità è che abbiamo ragione: la frustrazione è legittima. Il fatto che altre persone in ogni parte del mondo stiano attraversando tragedie incredibili non ha mai consolato nessuno. Il punto non è stabilire se il nostro “piccolo” problema c’è o non c’è, è degno o non è degno: il punto è relativizzarlo.
Nel 2023 all’università della California si è svolto uno studio proprio su questo tema. Un gruppo di persone è stato invitato a raccontare per 8 giorni consecutivi una fonte di stress, indicando se, come e per quanto era riuscito a prendere le distanze dal problema. Veniva anche chiesto di dare informazioni sul proprio stato mentale (serenità, ansia e quant’altro). È stato dimostrato che chi è in grado di distanziarsi dal proprio problema, anche solo temporaneamente, ha uno stato mentale decisamente migliore: felicità e calma sono emozioni possibili, mentre la portata dell’ansia diminuisce.
Distanziarsi dal problema non significa negarlo, sminuirlo, distrarsi pensando ad altro. Significa metterlo in prospettiva. Da qui nasce una domanda magica, che consigliamo a tutti di farsi ogni volta che si verifica uno stress: “Questa cosa avrà ancora importanza tra 5 anni?”.
È una domanda semplice ma molto potente. Non nega la possibilità di provare dolore. Non nega automaticamente l’importanza dell’evento, quantomeno nel qui e ora. Propone solo di mettere in dubbio la crucialità dell’avvenimento in un arco temporale ampio. Questo può fare la differenza.
Chiedendoci: “Questa cosa avrà ancora importanza tra 5 anni?” mettiamo i problemi in fila. In qualche caso la risposta sarà “sì”, in molti casi sarà “no”. Quando diciamo “no” non smettiamo automaticamente di essere tristi, ma prendiamo coscienza di quanto bene la nostra vita possa andare avanti a prescindere. Con questa domanda-chiave creiamo:
Quando mettiamo in atto questa tecnica il cervello si attiva positivamente. Si riduce infatti l’attività dell’amigdala (centro dell’allarme, della paura e dell’ansia) mentre si attiva la corteccia prefrontale (area deputata alle decisioni razionali). Per questo operare il distanziamento temporale non è illusione, ma pratica efficace dal punto di vista neuropsicologico. Tutto ciò che conta è farsi la domanda giusta, al momento giusto, e rispondersi con onestà.
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