Chi fa l’influencer esercita un enorme potere sui follower che si immedesimano totalmente nel suo stile di vita, nei suoi vestiti, creme, profumi e in tutte le sue abitudini, sociali e private, opportunamente divulgate.
Viviamo in un’epoca nella quale i ragazzi (e non solo) vivono di modelli, esempi da seguire in tutto e per tutto. Per fare questo abdicano alla propria individualità, alle proprie inclinazioni e anche ai propri gusti estetici che magari, in cuor loro, ma non lo ammetterebbero mai, potrebbero essere diversi. Ed è qui che scopriamo uno degli effetti deleteri dei social e di chi i social li usa per influenzare le masse: la paura di essere visti come diversi dagli altri e quindi lo sforzo sempre maggiore di omologarsi.
Questo fa insorgere, nei ragazzi giovani soprattutto, un desiderio di emulazione che si concretizza nel “copiare” consciamente o inconsciamente ogni aspetto legato alla vita degli influencer. Vedere il tuo modello di vita con un drink in mano provoca quindi il desiderio di uniformarti e la voglia di consumarlo a tua volta.
La voglia di bere si fa tangibile come un automatismo psicologico e comportamentale. Per avere prova di questo alcuni scienziati della Rutgers Health e dell’Università di Harvard hanno condotto un esperimento su un gruppo di giovani tra i 18 e i 24 anni, sottoponendoli a due visioni differenti: nella prima scena un influencer consumava alcol, nella seconda un altro influencer consumava bevande differenti, ad esempio un caffè.
L’esperimento è stato condotto in maniera controllata, randomizzata, cioè assegnando casualmente i partecipanti all’uno o all’altro gruppo in modo da testarne l’efficacia. Ebbene, è emerso che nel primo gruppo, quello al quale veniva fatta visionare la scena dell’influencer con il drink, si verificava un aumento importante del desiderio di bere dopo aver visto i post.
Tradotto in numeri, i ragazzi del primo gruppo andavano incontro ad una probabilità maggiore del 73% di sviluppare il desiderio di consumare alcol, e il dato cresceva anche di cinque volte nel caso si trovassero ad emulare un influencer particolarmente apprezzato.
Il dato emerso dall’esperimento non tiene naturalmente conto di aspetti connessi alla vita reale dei partecipanti, quali un eventuale consumo precedente di alcol o abitudini ad esso collegate, ma il dato deriva esclusivamente dall’esposizione online dei soggetti. Ne consegue che, sull’argomento in oggetto, un’elevata esposizione a post e più in generale a contenuti mediatici anche subliminali aumenta nei giovani il rischio di consumare alcol in maniera non controllata.
Trovata la causa del fenomeno, è pensabile trovarne pure la soluzione? Poiché l’età anagrafica dei ragazzi consumatori di alcol si sta progressivamente abbassando (purtroppo il fenomeno si verifica spesso già dall’adolescenza) è ipotizzabile pensare di utilizzare gli stessi strumenti, cioè i social, per un’attività di prevenzione e sensibilizzazione delle fasce più giovani sui gravi rischi per la salute che il consumo di alcol provoca.
Diventa sempre più necessario veicolare il messaggio che il consumo di sostanze alcoliche ha una ripercussione medica pericolosa e certificata sull’organismo, a dire, col vecchio detto, che il corpo poi chiede il conto.
È possibile che nel futuro il mestiere dell’influencer sarà regolato maggiormente per evitare di creare contenuti diseducativi, come è già accaduto con il cinema che da molto tempo rinuncia sempre più a scene con alcol, violenza e sigarette (e quando lo fa avvisa).
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