Quando si va a vivere in un’altra città e dopo qualche tempo si torna a casa avviene qualcosa di perturbante: i luoghi sono gli stessi, le facce sono conosciute, ma nulla è come prima. Chi vive lontano coltiva dentro di sé una speranza illogica ma potente: “Io vado avanti ma quando tornerò il tempo non sarà passato”. E invece il tempo passa eccome.
Nemmeno i muri restano ad aspettarti (la vecchia casa all’angolo viene abbattuta e ricostruita, i negozi aprono e chiudono), figuriamoci le persone. Qualcuno se ne va a sua volta, qualcuno inizia un lavoro nuovo o un percorso di studi, qualcuno si costruisce una famiglia. Poi organizzi una rimpatriata, ritrovi tutti intorno a un tavolo e avviene la cosa più triste di tutte. Vuoi parlare, ma ti accorgi che non sai più cosa dire. Potrebbe venire la voglia di chiuderti in casa e non uscirne più, per quanto la sensazione è straniante e dolorosa.
Devi ricordarti che quando questo avviene il problema non sei tu e non sono gli altri, ma è la perdita della quotidianità a pesare di più. I cambiamenti avvengono nel tempo e si accumulano, per cui tornare a casa anche solo a distanza di un anno conta. Se gli allontanamenti sono lunghi e i ritorni sono brevi, il tempo mostra tutta la sua crudeltà.
Non è vero che se non hai argomenti vuol dire che l’amicizia era poco salda, è solo difficile riacchiappare il filo. L’amico che vedevi tutti i giorni aveva con te un’intimità particolare, era facile capirsi al volo, e se adesso non è più così è perché le figure di riferimento possono essere cambiate. Tu hai scelto un’altra spalla e lo stesso è accaduto a lui, ma era questo che vi serviva per sopravvivere, non è un tradimento. In più raccontarsi la vita giorno per giorno è un conto, riassumere interi anni è un altro. Se mancano le parole non è perché non si vuole più condividere, ma perché un riassunto non consente di andare nel cuore di ciò che davvero muove una persona in un dato periodo. Mancano troppi elementi della storia e si finisce per sorvolare.
Insomma, tutti cambiamo, e c’è un altro argomento da aprire: è presunzione pensare che la crescita personale si verifichi solo in chi se ne va. Molte persone che vanno a vivere in grandi città o ancora di più all’estero sono propense a sentirsi un po’ più speciali delle altre (a volte consapevolmente, a volte no). Questo può creare una frattura profonda con chi è rimasto. Magari l’amico rimasto al paese ti può invidiare, ma il veleno si attiva quando tu sei il primo a convincerti che debba farlo. Se trasformi l’incontro in una narrazione di epiche conquiste, in tirate sull’inferiorità del paese e dei paesani, non stai riconoscendo che i traguardi possibili sono diversi e hanno tutti la stessa dignità. Rimanere “in campagna” non significa essere fermi. Non significa essere “meno evoluti”. Significa solo essere diversi.
È comprensibile che il paese ti stia stretto dopo avere vissuto altrove per tanto tempo. Ormai una parte di te appartiene al posto che hai scelto e il ritorno sembra impossibile. Non lo vuoi più forse, o forse non potresti più farcela. Ma quando le radici sono potenti, quando l’affetto è immutato, l’impegno può appianare tutto. L’amicizia non sarà più quella di prima, raccontarsi non sarà più così naturale, ma non significa che il legame non possa rimanere significativo per sempre. Puoi parlare apertamente di quello che senti e trovare un modo nuovo per vivere il tuo affetto. Un posto nel cuore per il tuo vecchio amico ci sarà sempre, e di sicuro è lo stesso per lui.
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