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    Non accettiamo il nostro corpo, perché?
    Non piacersi è un problema legato alla società dell’immagine, ma è anche il riflesso di un mancato amore per sé.

    Ci sono giorni in cui ci guardiamo e non ci facciamo troppo caso. E poi ce ne sono altri in cui basta davvero poco per sentirci immediatamente a disagio: una foto venuta male, un jeans che stringe più del solito, uno specchio in camerino con quella luce impietosa. Da lì parte il solito dialogo interno, spesso tutt’altro che gentile. Notiamo subito ciò che non convince, mentre il resto sparisce sullo sfondo.

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    È assurdo, se ci si pensa: passiamo anni dentro il nostro corpo, eppure facciamo fatica a viverlo come un posto familiare.

    La spiegazione non sta soltanto nel voler essere più belli o più in forma. Sarebbe troppo semplice. Il punto è che il corpo, per molti di noi, non è mai solo corpo. È il primo strumento con cui pensiamo di essere letti dagli altri. Ci sentiamo esposti attraverso il modo in cui appariamo, e questo trasforma ogni dettaglio in qualcosa di molto più grande di quello che è.

    E come se non bastasse, viviamo in una condizione di confronto quasi costante. Anche quando crediamo di non farci caso, assorbiamo modelli ovunque: sui social, nelle pubblicità, nelle foto ritoccate, persino nelle immagini apparentemente spontanee delle persone comuni. Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Body Image ha confermato che l’esposizione ripetuta a standard estetici idealizzati aumenta il senso di insoddisfazione corporea anche in chi, inizialmente, non mostrava un particolare disagio. In pratica non serve avere un problema serio con il proprio aspetto: a forza di confronti, il senso di inadeguatezza si costruisce quasi da solo.

    Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui e dare tutta la colpa alla società dell’immagine: c’è anche qualcosa di più personale.

    Molto spesso usiamo il corpo come bersaglio visibile di frustrazioni che in realtà vengono da altre parti della vita. Quando ci sentiamo poco sicuri, poco desiderabili, poco in controllo, è più facile concentrare tutto su un elemento concreto che possiamo vedere e criticare. Il corpo diventa il punto su cui scaricare una sensazione più generale di “non vado bene”.

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    Una pancia che sporge ci ferisce nel profondo, e sarebbe stupido pensare che il motivo sia puramente estetico. Quel dolore strano che si accende racconta a volte di un passato difficile, di periodi di trascuratezza, di sguardi giudicanti che abbiamo subito negli anni, a volte di bullismo. Un viso stanco, tirato, macchiato, gli occhi con le borse raccontano di ciò che abbiamo sopportato. Il corpo è il mezzo con cui ci muoviamo nel mondo e a volte, questo mondo, lo soffre.

    Ed è per questo che certe persone continuano a non piacersi anche dopo aver perso peso, cambiato stile, iniziato ad allenarsi. Migliora qualcosa fuori, ma dentro il filtro resta identico.

    Una ricerca uscita negli ultimi anni sull’International Journal of Eating Disorders ha osservato che chi tende a essere molto autocritico nella valutazione di sé trasferisce questa rigidità anche sul corpo: non giudica solo l’aspetto, giudica la persona intera (la propria persona) attraverso l’aspetto. Questo standard così duro porta milioni di persone nel mondo a ingaggiare una vera e propria battaglia contro di sé.

    Accettarsi non significa svegliarsi ogni mattina entusiasti della propria immagine, cosa che, onestamente, capita a pochissimi. Significa piuttosto smettere di trattarsi come un progetto eternamente difettoso. Non c’è liberazione mentale senza liberazione del corpo. Non c’è accettazione delle sfide della vita se non c’è amore per il corpo, per il nostro veicolo, quello che rende possibili tutte le battaglie.

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     Commenti (2)
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    1. ada777, Napoli (Campania)
      Per me è difficile accettarmi per come sono e ho timore di non piacere a chi piace a me!
      lalunanera777, Roma (Lazio)
      Ti capisco bene...😘
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