Le rotture sentimentali sono momenti profondamente disturbanti perché spesso, insieme alla speranza di una vita insieme, crolla anche l’autostima. Non perché il partner definisse davvero il nostro valore, ma perché nelle relazioni intime tendiamo a specchiarci continuamente nello sguardo dell’altro. Quando quel riferimento sparisce, può restare una sensazione di vuoto o di perdita di stabilità.
È inevitabile che la nostra immagine interna si comprometta quando torniamo single. “Non ho saputo gestire la relazione”, “Non ho colto i segnali”, “Non ho riparato dove si poteva” ma anche “Forse non sono così bravo, bello, capace, importante”. In questi momenti di sconforto ciò che possiamo fare per noi stessi non è cercare di tornare subito felici e in forma, ma ricostruire un senso di continuità personale che non dipenda più da chi non c’è.
Non esistono esercizi miracolosi, ma alcune pratiche psicologiche semplici possono aiutare a rimettere ordine:
Dopo una rottura, la mente tende a mescolare eventi reali e giudizi su di sé. Il collegamento è rapido: “le cose non sono andate bene, quindi sono sbagliato”. Attenzione, non “ho sbagliato”, ma “sono sbagliato”. Questa è proprio la distorsione che ci riguarda. Un passaggio mentale automatico, ma non accurato.
L’esercizio proposto dagli esperti consiste nel creare una lista, dividendo su due colonne i fatti oggettivi (cosa è successo concretamente) dalle interpretazioni (cosa stiamo concludendo su di noi). L’obiettivo non è negare il dolore, ma riconoscere che le interpretazioni non sono verità assolute: sono solo letture emotive di un evento.
Nelle relazioni lunghe o intense, una parte dell’identità si costruisce insieme all’altro. Abitudini, routine, linguaggi condivisi, persino la percezione di sé possono diventare “di coppia”. Per questo, dopo la fine, può sembrare di non sapere più bene chi si è.
Un esercizio semplice ma efficace è scrivere una lista di elementi che esistono indipendentemente dalla relazione finita:
Non si tratta di “costruirsi una nuova identità” da zero, ma di ricordare quella che era già presente prima del legame. L’autostima, a livello psicologico reale, non nasce da una percezione di potere, come potrebbe fare chi dice di essere perfetto; nasce piuttosto dalla coscienza della propria unicità e dal dare valore alle caratteristiche personali.
Dopo una rottura la mente spesso non ricorda solo la realtà, ma una versione selettiva di ciò che è successo. È frequente che emergano soprattutto i momenti positivi, oppure un’immagine idealizzata del partner. Questo può rendere più difficile accettare la fine e, di conseguenza, ricostruire autostima.
Ancora una volta, e speriamo di non annoiare, gli psicologi propongono di fare una lista: cosa nella relazione funzionava e cosa proprio no. Criticare interiormente l’ex non sembra una cosa elegante, ma in realtà attraversare una fase di sfogo è più che utile. E poi il fine ultimo è riportare equilibrio nella memoria emotiva. L’autostima non può che migliorare: oggettivamente qualcosa non funzionava e non è tutto colpa di una sola persona.
Per concludere, ritrovare autostima dopo una rottura non significa convincersi che “si è meglio senza l’altro” in modo forzato. Significa piuttosto ricostruire una percezione più stabile di sé, meno dipendente da una singola relazione.
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