Il tema del consenso è molto dibattuto negli ultimi tempi. Qualcuno sostiene che anche invasioni apparentemente innocenti siano una forma di violenza quando non sono desiderate. E la cronaca, purtroppo, è piena di casi di abusi non proprio piccoli, anche se prima erano giustificati dalla “cultura dello stupro” tramandata negli anni. Altri però sono convinti che allargare il concetto di violenza ad azioni prima considerate accettabili sia eccessivo.
Bisognerebbe iniziare a capire il concetto di consenso nel suo significato “neutro”, non come slogan sensazionale. Esso non è soltanto il diritto di dire no. È anche la possibilità di dire sì in modo autentico, e questa differenza è meno banale di quanto sembri.
Spesso immaginiamo la libertà come la possibilità di fare ciò che vogliamo. Ma nelle relazioni umane esiste un'altra forma di libertà, forse meno evidente: sapere che i nostri confini verranno rispettati. Sapere che un rifiuto non verrà interpretato automaticamente come un'offesa, una provocazione o un tradimento. In questo senso il consenso non limita la spontaneità, ma la rende più sicura.
Le voci critiche contro la moderna concezione del consenso ritengono che chiedere il permesso per tutto in modo esplicito suoni freddo, artificiale o poco naturale. Pare che il rispetto dei limiti altrui interrompa la fluidità delle relazioni, ma questa idea si basa spesso su un equivoco. Il consenso esplicito è doveroso, ma non andrebbe affrontato una procedura burocratica. Possiamo dire che il consenso è soprattutto connessione e non danneggia gli approcci, può anzi aiutarli.
Chiedere il consenso significa verificare che l'altra persona sia realmente a suo agio, che stia partecipando per scelta e non per pressione, abitudine, paura di deludere o semplice difficoltà a esprimere un rifiuto. Uno degli aspetti più interessanti è che il consenso non protegge soltanto chi potrebbe sentirsi invaso ma protegge anche chi chiede perché elimina gran parte dell'ambiguità.
Molte persone sono cresciute con l'idea che desideri, intenzioni e limiti debbano essere intuiti. Come se una relazione funzionasse meglio quando tutto viene capito senza bisogno di essere detto. Nella realtà, però, gran parte dei conflitti nasce proprio da aspettative implicite e interpretazioni sbagliate. Quindi chiedere chiaramente qualcosa e lasciare spazio a una risposta sincera riduce il rischio di trasformare il rapporto in un continuo esercizio di lettura del pensiero. Il sollievo è per entrambi.
Ricordiamo che il consenso non riguarda solo la sessualità ma esiste anche nelle amicizie, nelle famiglie, nelle relazioni di lavoro. Ogni volta che rispettiamo il diritto dell'altro di scegliere quanto condividere, quanto avvicinarsi, quanto partecipare o quanto esporsi stiamo applicando lo stesso principio.
In fin dei conti la richiesta del consenso dovrebbe creare un senso di fiducia e libertà: è difficile sentirsi davvero sereni accanto a qualcuno che reagisce male ai nostri limiti. Quando si inizia ad andare avanti passivamente, solo per paura, è inevitabile che la connessione emotiva si riduca.
Sostituire la “cultura dello stupro” con la “cultura del consenso” potrebbe creare un modo nuovo di flirtare, che non verrà più inteso come artificioso. “Posso baciarti?”, “posso toccarti?” non suoneranno più come domande strane ma saranno in futuro parte della danza dell’amore.
Sarà una cultura in cui nessuno si sentirà costretto a difendere continuamente i propri confini e nessuno si sentirà umiliato per aver chiesto.
Il consenso, nel suo significato più profondo, non riguarda il controllo ma il riconoscimento reciproco. L'idea è che ogni persona abbia il diritto di scegliere cosa vuole, cosa non vuole e come desidera stare in relazione con gli altri. Molti di noi non scelgono deliberatamente di mancare di rispetto al prossimo: manca solo un vocabolario per capirsi. Questo vocabolario sta nascendo proprio in questi anni, ed è un progresso.
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