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    Essere ambiziosi fa bene o male?
    I grandi obiettivi nutrono l’anima, ma celano delle insidie.

    L'ambizione è un concetto moralmente ambivalente: per alcuni è una qualità indispensabile per costruire una vita soddisfacente; per altri è quasi un difetto, qualcosa che porta a essere sempre insoddisfatti e a vivere sotto pressione, forse addirittura indice di cinismo e mancanza di emotività. Come sempre in questi casi, dire chi ha torto e chi ha ragione è difficile, perché la realtà è fatta di sfumature.

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    Secondo diverse ricerche psicologiche, l’ambizione può essere una qualità positiva perché fornisce uno scopo, dunque fa pensare che la vita abbia una direzione. Questo comporta una motivazione maggiore, che può essere preziosa per il benessere psicologico. Ma attenzione: l’ambizione fa bene in questo senso, ma diventa un fattore negativo se si inizia a basare l’autostima sui risultati.

    Un esempio tipico di come può funzionare l’ambizione ci è dato da un’esperienza sperimentata da molti. Per mesi si lavora per raggiungere qualcosa di importante come una laurea, un nuovo impiego, una promozione, un traguardo personale. Ci si immagina di provare un’immensa gioia al traguardo, ma spesso si rimane un po’ delusi. Non solo il momento del trionfo è meno esaltante del previsto ma, dopo poco tempo, l'attenzione si sposta sul passo successivo.

    Questo fenomeno non è strano né tantomeno è indice di ingratitudine, ma dipende anche dal modo in cui funziona il cervello. Quando corriamo verso un traguardo che ci interessa il nostro corpo inizia a produrre grandi quantità di dopamina, che ci rende “esaltati”. Per questo il percorso verso un obiettivo può essere molto coinvolgente. In certi casi, addirittura più del raggiungimento dell'obiettivo stesso.

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    Una volta ottenuto ciò che volevamo, però, il cervello tende ad adattarsi rapidamente alla nuova situazione. Ciò che inizialmente appariva eccezionale diventa gradualmente normale. Gli psicologi parlano in questo caso di adattamento edonico: la tendenza ad abituarsi sia ai cambiamenti positivi sia a quelli negativi, tornando nel tempo a livelli simili di soddisfazione percepita.

    Questo excursus ci serviva per capire che l’ambizione è un traino molto positivo, ma non sempre dà i risultati sperati. Questa caratteristica di personalità non è problematica in sé, ma può modificare il rapporto che abbiamo con i nostri obiettivi. Se la ricerca di un risultato smette di essere piacevole e diventa fonte di pressione, ecco che compare la negatività. Infatti è proprio da qui che possono nascere stress, stanchezza mentale e senso di insoddisfazione.

    Chiudiamo con un ragionamento più “filosofico”, ma molto vero. Chi è troppo orientato agli obiettivi tende spesso a vivere proiettato in avanti. Questo può essere utile per organizzare il futuro, ma può avere anche un costo. Infatti, se la soddisfazione viene sempre collegata a ciò che accadrà dopo, diventa difficile apprezzare ciò che è già stato raggiunto. A volte, diventa difficile anche godere del presente, avere tempo sufficiente per sé, riposare, stare con chi si ama.

    Ma l’ambizione può convivere con il benessere, dato che in fondo non si può sempre scegliere questa attitudine caratteriale? In realtà sì, e a sostenerlo sono diverse ricerche. L’ambizione fa tanto bene quanto più è legata a passioni reali, mentre se nasce da un’esigenza di “performare” può risultare più dannosa.

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    La psicologa Carol Dweck, inoltre, ha mostrato come le persone che considerano realistico imparare nel tempo tendono a vivere errori e insuccessi in modo meno minaccioso. Il risultato non diventa un giudizio definitivo sulla propria persona, ma una tappa all'interno di un percorso più ampio. Questo conferma che non è l’ambizione in sé a produrre danni psicologici ma lo è il concetto di “performatività a tutti i costi” con “rapidità ed esattezza istantanea” tipico di alcuni contesti sociali.

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