Quando una relazione finisce, la tentazione è quella di fare qualsiasi cosa pur di stare meglio il prima possibile. Uscire, distrarsi, riempire le giornate, conoscere qualcuno di nuovo, cancellare le fotografie, buttarsi sul lavoro. Oppure, al contrario, continuare a parlare dell'ex fino allo sfinimento pur di non entrare davvero in contatto con il vuoto.
Da qualche tempo gli psicologi e gli esperti ci hanno abituati a un concetto un po’ diverso: il dolore va attraversato. Non è che soffrire faccia bene, ma una perdita importante richiede un adattamento, e ciò non avviene schiacciando quello che proviamo. Ecco perché ci dicono che tentare continuamente di non provare dolore può rendere più difficile elaborare un “lutto”.
Con una separazione, lo sa chi ci è passato, non si perde soltanto una persona. Salutiamo una quotidianità, dei progetti, delle abitudini e, qualche volta, anche l'idea che avevamo del nostro futuro. Una perdita così grande non può che attivare emozioni diverse: tristezza, rabbia, nostalgia, sollievo, senso di colpa. Queste possono comparire in ordine sparso e anche tornare quando pensavamo di averle superate.
La ricerca sul lutto e sull'adattamento alle perdite ha mostrato da tempo che non esiste un percorso emotivo identico per tutti. L'idea che si debbano attraversare necessariamente precise "fasi" nell'ordine stabilito è molto più rigida di quanto suggeriscano le evidenze.
Ma c'è un equivoco anche sull'idea di "vivere il dolore". Non significa restare a letto per settimane, ascoltare canzoni tristi e ripercorrere mentalmente ogni momento della relazione. I consigli che ci danno genitori e amici sul “distrarci” non sono campati in aria, perché l’isolamento peggiora il nostro equilibrio già compromesso. Ma uscire con gli amici, andare al cinema o concentrarsi sul lavoro non garantisce di superare il trauma della perdita, che può continuare a strisciare sotterraneo anche per più tempo del necessario. C'è una differenza tra concedersi una pausa dalla sofferenza e costruire un'intera vita intorno all’evitamento.
Attraversare il dolore rappresenta dunque un atto di cura? Sì, con una limitazione importante. Se la sofferenza diventa ingestibile, dura a lungo senza attenuarsi, impedisce di mangiare o dormire, compromette il lavoro e le relazioni oppure porta a pensieri molto negativi su se stessi, non c'è nessun premio per chi riesce a sopportarla senza chiedere aiuto.
Parlarne con uno psicologo non significa evitare l'elaborazione. Può essere proprio un modo per affrontarla.
Una separazione non si supera perché un giorno smettiamo magicamente di soffrire. Di solito succede qualcosa di più graduale: la sofferenza resta per un po', cambia forma, lascia spazio ad altre cose e alla fine smette di essere il centro della nostra vita. Il punto è questo: diminuiamo pian piano il nostro dolore solo se accettiamo di averlo e ci comportiamo di conseguenza.
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