Timidezza e introversione vengono spesso usate come sinonimi ma in realtà sono due cose diverse. Capire quale ci riguarda può rivelarsi importante perché la distinzione non è inutile: la timidezza può creare disagio, mentre l’introversione, di per sé, non è qualcosa da correggere.
Vediamo prima cosa si intende con introversione. Essa riguarda soprattutto il modo in cui una persona vive la socialità e gestisce le proprie energie. Una persona introversa può stare bene con gli altri, avere amici, parlare in pubblico e persino essere molto socievole. Semplicemente, può preferire situazioni più tranquille, gruppi piccoli o conversazioni individuali rispetto a una serata affollata.
Dopo molte ore passate in compagnia, spesso la persona introversa sente il bisogno di stare un po’ da sola. Non vuol dire che sia successo qualcosa di spiacevole: semplicemente, la solitudine può essere il modo con cui recupera le energie.
La timidezza, invece, è una caratteristica più delicata perché ha a che fare con il disagio. È avere voglia di conoscere qualcuno, di intervenire in una conversazione o di partecipare a una situazione sociale, ma sentirsi bloccati dal timore di fare una brutta figura, essere giudicati o dire qualcosa di sbagliato.
Se dobbiamo tracciare una differenza semplice è proprio questa: l’introverso è guidato da un piacere (quello di stare zitto o solo) mentre il timido è guidato dalla paura.
Le due caratteristiche, introversione e timidezza, possono certamente comparire insieme, ma il motivo è uno solo: chiunque può essere introverso o estroverso a prescindere dalle sue paure. Esistono anche estroversi timidi, per fare un esempio. Ciò che fa la differenza è la sicurezza sociale. Si può amare o non amare chiacchierare con gli sconosciuti, ma se ci si sente sicuri non si ha comunque problemi a farlo.
Per questo dire a qualcuno “sei introverso, quindi sei timido” può essere fuorviante. Anche il comportamento esterno, da solo, non dice quale sia la ragione per cui una persona si comporta in quel modo.
Un’ulteriore distinzione utile, che spesso sfugge, è quella tra timidezza e ansia sociale. La timidezza è paura di esporsi e timore del giudizio, come abbiamo detto, ma è meno impattante dell’ansia sociale, che è riconosciuta come un vero e proprio disturbo psicologico.
Nel disturbo d’ansia sociale la paura è più intensa e può interferire significativamente con la vita quotidiana. Se il timido fatica a parlare con gli altri, chi soffre di ansia sociale ne è terrorizzato, tanto da evitare le situazioni conviviali. Il blocco è tale che piano piano la vita si riduce: non diventa difficile solo parlare, ma anche mangiare in pubblico o semplicemente mostrarsi, prendere un mezzo, uscire per strada.
Quindi introversione, timidezza e ansia sociale potrebbero sembrare simili esteriormente, ma interiormente non lo sono affatto.
Se davanti a una festa pensiamo: “Preferirei stare a casa, ci saranno troppe persone e dopo due ore sarò esausto”, potrebbe esserci semplicemente una preferenza più introversa. Se invece pensiamo: “Vorrei andarci, ma ho paura che nessuno mi consideri, che dica qualcosa di stupido o che tutti si accorgano di quanto sono a disagio”, la componente della timidezza potrebbe essere più evidente. Quando la paura diventa pervasiva ed estremamente limitante, si può trattare invece di un disturbo.
In conclusione, il comportamento riservato non ha nulla di sbagliato! Dipende tutto dal vissuto che c’è dietro. Se stare un po’ in disparte è una preferenza, non si tratta assolutamente di qualcosa da correggere; se invece è il risultato di una paura è bene lavorarci, non per piacere agli altri, ma per ritrovare libertà e serenità.
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