Si racconta che nel 1709 si svolse un "torneo" tra due giovani e famosi musicisti: Domenico Scarlatti e Georg Friedrich Haendel. I due si combatterono di fronte a un folto pubblico a suon di pezzi, prima al clavicembalo e poi all'organo. Alla fine la giuria, composta dagli eleganti amici del padrone di casa, il cardinale Ottoboni, scelse il vincitore tra questi due grandissimi della musica: Haendel.
I due giovani erano da lungo tempo rivali, e continuarono a esserlo anche dopo. Tuttavia, l'ammirazione reciproca tra i due divenne famosa. Scarlatti non si adirò per aver perso e per tutta la vita, ogni volta che sentì nominare Haendel, si fece il segno della croce per mostrare il suo rispetto.
Che cosa insegna questa storia? Che bisogna amare se stessi ma avere l'umiltà di ammirare coloro che hanno abilità uguali o superiori alle nostre, anche se prendono quel premio che avremmo desiderato.
La competitività è un vero tarlo per la nostra società e tocca prepotentemente soprattutto le generazioni più giovani. Non si insegna più a fare un buon lavoro: quello che conta è primeggiare. In altre parole, il riconoscimento non viene dal di dentro (sapere di aver fatto qualcosa di valore) ma dal di fuori (essere arrivato primo).
Disancorarsi da questo ragionamento è una delle cose più difficili al mondo, e non basta avere un'attitudine poco competitiva per salvarsi: in qualche modo si tratta di un gorgo che ci risucchia tutti.
Per buona parte, a mio parere, la colpa è da attribuire a un certo regime economico, soprattutto nei settori dove di soldi ce ne sono ben pochi.
Parliamo ad esempio del meccanismo dei bandi, sconosciuto ai lavoratori statali ma vero dramma per giovani startup, per artisti, progettisti, ecc.
Il meccanismo dei bandi è mirato a coprire il fatto che le risorse siano poche, nascondendo il tutto dietro pretesi criteri meritocratici: chi ottiene i soldi (e quindi la sicurezza di sostentarsi) è solo il migliore. Per gli altri, niente (comunque i soldi non c'erano per tutti: ma questo passa in secondo piano, e viene attribuito all'imperizia dei perdenti).
Probabilmente se Scarlatti, per il fatto di aver perso, si fosse ritrovato senza lavoro, avrebbe più facilmente provato odio per il rivale che ammirazione.
Parlando di lavoro l'esempio è molto facile, ma la verità è che siamo, oggi, delle macchine globalmente competitive. La società riversa in noi questa idea della lotta un po' su tutto: sull'abbigliamento, sugli hobby, sulla casa... sull'amore.
La competizione per amore è sempre esistita e allo sfortunato perdente ha anche sempre fatto parecchio male. Ma è l'atteggiamento, a mio avviso, che è cambiato. Dal momento che a molti di noi è stato insegnato che valgono solo quando vincono, perdere getta nel più grande sconforto, perché sembra gettare un colpo di spugna su tutta la persona, cancellandola.
Tuttavia, già da tempo, esistono studi che sostengono che la collaborazione ottiene migliori risultati rispetto alla competizione, perché un gruppo di persone che lavora insieme e unito può raggiungere mete migliori rispetto a una persona da sola. Tuttavia, per riuscire a lavorare in un gruppo di persone, è necessario controllare il proprio ego e ciò richiede uno sforzo e un grande esercizio di umiltà: quell'umiltà che non siamo più in grado di coltivare in modo sano.
Coltivare la sana umiltà, rinunciare alla competizione senza tuttavia cadere nell'apatia e nella depressione: una strada difficile ma praticabile.
Viviamo come immersi nella traiettoria obbligata di una piscina a corsie, dove l'unico movimento che è possibile fare è in avanti (e dove l'unica fonte di piacere è data dal superamento dell'altro). L'atto auspicabile è lo scavallamento della corsia, il nuoto libero. Che è nuoto, e quindi non stasi, non depressione: ma non segue la strada imposta, solo la libertà del desiderio.