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    Gli adulti famosi non erano bambini prodigio
    La scienza conferma che un training troppo duro in giovane età, basato sulla costrizione a coltivare una sola disciplina, può non avere i risultati sperati.

    Una volta, durante una masterclass di teatro, ho conosciuto una ragazza che spiccava per la sua incredibile bellezza. Ma non voleva dilettarsi con la recitazione nella speranza di emergere in quel campo, voleva solo trovare un modo per esprimere quello che sentiva dentro.

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    Durante un momento di confronto col gruppo, ha raccontato la sua storia. Fin da piccolissima si era dedicata al pattinaggio artistico, disciplina sportiva scelta da sua madre. La madre era sempre presente alle gare e filmava le sue performance, per fargliele rivedere una volta a casa e analizzare ogni errore. Quei momenti, secondo lei, erano piuttosto umilianti. Ma il peggio arrivava se sbagliava o mancava il podio: la madre la puniva con un disappunto estremamente duro, fatto di gelati silenzi. All’epoca frequentava ancora le elementari.

    Presto approdò al pattinaggio agonistico, e quando aveva 15-16 anni fu proposta addirittura per competizioni nazionali e accarezzò la possibilità di partecipare alle olimpiadi. Viveva lontana dalla famiglia, insieme alla sua allenatrice, in prossimità di un impianto per gli allenamenti lontano da casa. Non studiava come gli altri ragazzi, ma seguiva un programma scolastico pensato per i giovani atleti. La sua intera vita ruotava intorno agli allenamenti. A 18 anni ha mollato tutto e ora non ne vuole più sapere di pattinaggio. Ha avuto il primo approccio sentimentale a 20 anni. Da lì ha cominciato a costruirsi un’altra vita.

    Non sto dicendo che questo percorso sia sbagliato in sé. Tutti gli atleti ad alti livelli devono cominciare da giovanissimi e patire forti rinunce. Il problema è che a volte vogliono dedicarsi al loro sport, a volte non lo vogliono veramente ma lo fanno solo per compiacere genitori troppo ambiziosi.

    Sono sempre di più i genitori che costringono i figli a fare duri allenamenti o a frequentare lezioni extra per eccellere nel mondo della scuola. Si aspettano che i figli diventeranno dei geni, chissà, magari campioni olimpici o premi Nobel. Poi ci sono degli altri genitori, diversi ma uguali, quelli che si disperano perché i loro bambini non manifestano particolari capacità o attitudini e sembrano per questo destinati a una vita mediocre.

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    Una ricerca pubblicata sulla rivista Science ha cercato di capire se davvero i talenti riconosciuti universalmente – nello sport, nella musica, nella letteratura ecc.- siano stati dei piccoli geni fin dalle elementari. Lo studio ha analizzato studi e carriere di quasi 35.000 personaggi di rilievo (premi Nobel, campioni olimpici, scacchisti di fama mondiale e compositori famosi) e ha fatto un’importante scoperta.

    Solo il 10% degli adulti celebri era stato un bambino prodigio nel proprio campo. E solo il 10% dei bambini pluripremiati era diventato poi un’eccellenza. I grandi talenti sono stati, per la maggior parte, ragazzi che hanno sviluppato il loro talento in modo graduale, senza trovare subito la loro strada. Molti si erano concessi di sperimentare diversi sport, discipline e generi musicali.

    Perché questo succede? Gli scienziati hanno avanzato tre ipotesi:

    • Sperimentare diversi ambiti aumenta la possibilità di trovare il proprio vero talento;
    • Apprendere discipline diverse stimola la capacità di imparare e accresce il bagaglio di competenze;
    • Imparare con ritmi più umani riduce il rischio di burnout in giovane età (quello che era capitato alla ragazza in questione).

    Crescere un campione dovrebbe significare solo una cosa: crescere una persona felice. I bambini vanno incoraggiati a scoprire il loro talento con gradualità e a provare diverse discipline (non ciò che piace di più ai genitori).

    I padri e le madri ambiziosi, dunque, dovrebbero fare tesoro di questa ricerca e cercare di scoprire, dandogli spazio, il vero talento del loro bambino (e se non si rivelasse un genio, pazienza).

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