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    Siamo tutti ridicoli quando siamo innamorati
    E, aggiungiamo, non c’è davvero niente di male.

    Il libro di Carolina Bandinelli Le postromantiche, uscito nel 2024, punta i riflettori sul modo di amare contemporaneo, che riguarda soprattutto le generazioni più giovani. Una frase è particolarmente interessante: “Rincorriamo ancora l’amore ma non vogliamo che ci ferisca o turbi la nostra vita. Il nuovo ideale è quello di un amore che non fa male”. Ma quale amore non fa male? Nessuno, a meno che non sia vero.

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    Secondo un recente sondaggio condotto tra giovani che utilizzano siti e app di incontri, l’84% dichiara di cercare una relazione piena di connessione emotiva: questa può non prendere la strada del fidanzamento ufficiale, ma dovrebbe essere comunque profonda.

    Alle intenzioni, però, non sempre seguono le azioni, e non per disonestà intellettuale, ma per una grande paura, quella che Bandinelli evidenzia molto bene. Basta occhi gonfi di pianto, attese trepidanti, brividi che non siano piacevoli: nessuno vuole più soffrire.

    Ma spesso ci si ferma ancor prima di arrivare a questa fase, ancor prima di costruire qualcosa. C’è infatti un’altra paura, molto tenera se guardata da lontano, molto limitante se vissuta in prima persona: quella di risultare ridicoli perché coinvolti. Quasi la metà dei partecipanti al sondaggio (appartenenti dalla Gen Z) ha dichiarato di essersi trattenuto dal fare domande profonde per non risultare “cringe”. Cringe è una parola inglese, ormai comune anche tra i giovani italiani, che descrive una serie di situazioni non piacevoli: l’essere imbarazzante, fuori luogo, così ridicolo da provocare imbarazzo addirittura in chi osserva la scena.

    Quando facciamo il primo passo, ci coinvolgiamo e infine ci innamoriamo siamo tutti ridicoli, è indiscusso. Dante Alighieri era un poeta sublime, così tanto bravo da non far sentire che, spogliando la Vita Nuova di tutta la poesia, il suo atteggiamento nei confronti di Beatrice era più che cringe. La Vita Nuova è stata conclusa e pubblicata quando Dante aveva 27-30 anni, ma dobbiamo tenere presente che alcune delle poesie sono state scritte quando aveva appena 18 anni. Ecco spiegato il tutto.

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    Il 52% dei partecipanti al sondaggio ha confessato di essersi sentito in imbarazzo il giorno dopo un appuntamento, mentre ripensava alla serata, perché aveva commesso “l’errore” di essersi aperto troppo. Un dato apparentemente opposto indica però che i giovani apprezzano la sincerità e persino la vulnerabilità: l’apprezzano negli altri ma non vogliono metterla in mostra quando si tratta di se stessi.

    Non siamo qui per dire come si dovrebbe vivere l’amore, perché non c’è un modo giusto. Possiamo però consigliare di non avere paura delle proprie emozioni, perché davvero tutti gli psicologi concordano che reprimerle fa solo male. Ed emozionarsi realmente significa abbassare le difese, mostrarsi per come si è. E sì, certo, rendersi talvolta ridicoli. Ma Dante ha scritto uno dei suoi libri migliori esponendo i propri sentimenti. Sentiamoci autorizzati, anche dal suo esempio, ad essere talvolta cringe. Perché il problema qui non è come siamo, ma come ce lo raccontiamo, e se sappiamo rivolgere delle belle parole a noi stessi tutto cambia.

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