Certi luoghi sono le nostre madeleine. Una panchina, un bar, un vicoletto… basta passarci davanti e il passato riemerge, potente e a volte ingovernabile. Per questo, spesso, si preferisce evitarli.
Qualcuno li chiama inneschi emotivi. Non è solo un problema di memoria. Prendendo in prestito un termine impreciso ma molto conosciuto, alcuni luoghi specifici agiscono come dei trigger. Se in una certa pizzeria una storia si è chiusa per sempre, se camminando in un vicoletto si è ricevuta (anche per telefono) la notizia di una morte il cervello associa direttamente lo stimolo ambientale al ricordo doloroso. Non è il risultato di un rimuginio, ma un collegamento quasi automatico. E, senza poterlo controllare, non solo il ricordo si riattiva, ma soprattutto l’emozione. Per questo si fugge, si cambia strada.
Il nostro cervello a volte ci delude, ci fa protestare, ma la verità è che fa di tutto per proteggerci. Quando vogliamo evitare certi luoghi è perché non vogliamo sovraccaricarci a livello emotivo. Non è un segno di debolezza, è un tentativo di non metterci in difficoltà.
L’innesco emotivo ci porta a vivere emozioni spiazzanti e ci priva del controllo, generando reazioni apparentemente non gestibili. Le persone che stanno vivendo un periodo difficile o semplicemente sono controllanti non vogliono che questo accada.
Magari evitare di tornare in un certo luogo di vacanza non è un problema, ma ci sono situazioni in cui l’evitamento rappresenta un piccolo danno. Fare un percorso più lungo per non passare da una via specifica è l’inconveniente più piccolo e banale, almeno fino a quando non porta a fare tardi. Ma dire di no agli amici perché vogliono passare la serata in un certo posto pesa un po’ di più. E magari se la “zona vietata” è inevitabile, come ad esempio la casa dei nonni, le difficoltà aumentano.
Si può fare qualcosa per ridurre la carica emotiva associata a determinati luoghi? Il percorso non è semplice. Consigliamo di non evitare ma di assuefarsi lentamente, a piccoli passi. È provato che quando ci si espone molte volte a uno stimolo questo si “disattiva”, non diventando neutro ma perdendo la forte carica originaria. Ad esempio si può:
Perché il percorso abbia buon esito è necessario evitare di reprimere le emozioni, perché la repressione non è utile in questo processo. Concedersi di piangere o di provare emozioni negative è il primo passo per ridurre, nel tempo, l’attivazione mentale. È esattamente il corrispettivo dell’attraversamento fisico: ciò che si vive con il corpo va vissuto anche con l’anima.
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