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    La via di mezzo tra reprimere ed esplodere
    Dire chiaramente che un comportamento altrui ci ha fatto soffrire è una forma di autenticità che crea relazioni sane, mentre reprimere o traboccare danneggia i rapporti.

    C’è una via di mezzo tra urlare e mangiarci il fegato in silenzio quando siamo arrabbiati? Naturalmente sì, ma è difficile praticarla perché ci lasciamo cadere più facilmente nell’uno o nell’altro estremo.

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    Esprimere le emozioni in modo incontrollato ha dei vantaggi: meno sforzo interiore per reprimere e più autenticità. Però si sa bene che lasciarsi andare a urla (se siamo arrabbiati) e pianto inconsolabile (se siamo tristi) non può fare che male. Le reazioni impulsive allontanano gli altri, ci fanno apparire meno affidabili, possono causare persino danni seri. Una società in cui tutti si lasciano sopraffare dalle emozioni sarebbe pericolosa, ingovernabile, un’anarchia violenta.

    Per questo fin da piccoli siamo educati a soffocare le emozioni. Soffocare sembra una brutta parola, ma ci sono sicuramente dei vantaggi: non lasciar trapelare i sentimenti negativi permette alla relazione di continuare, anche se problematica. Ci si può sfogare quando si è da soli, nel silenzio della propria casa. Ma anche qui ci sono degli svantaggi: è dimostrato che le persone abituate a reprimersi sviluppano spesso sintomi psicosomatici disagevoli (mal di testa, problemi digestivi) e alla lunga possono arrivare al burnout emotivo. Chi reprime, inoltre, diventa frequentemente la vittima designata del gruppo, la persona che per la sua mitezza viene schiacciata, ignorata e sottoposta a pressioni ingiuste.

    Se contenere le emozioni significa tacerle, questa di certo non è una via sana. Come possiamo aspettarci che le persone smettano di farci del male se non sanno neppure che ci offendiamo (o conviene loro fare finta di non saperlo)?

    La teoria dell’assertività sostiene che la giusta via di mezzo tra aggressività e passività sia un modo “calmo” di esprimere il proprio punto di vista. Non alzare la voce, non accusare, non rispondere con parole taglienti, ma dire chiaramente: “ciò che hai fatto mi rende arrabbiato/triste”. Così, in prima persona, quindi senza un sottotesto passivo-aggressivo di accusa, senza un appello diretto. Non “sei cattivo” ma “questo comportamento mi fa male”.

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    Sembra che l’assertività sia una prerogativa dei maestri zen ma in fondo anche chi vuole praticare questo concetto lo può intendere in modo equilibrato. Nessuno che è stato punto sul vivo potrà dire che qualcosa lo ha fatto arrabbiare senza che i denti siano stretti, i muscoli tesi, senza che la voce tremi. Ma questo è, in fondo, il miglior compromesso possibile.

    E no, non è meglio tacere e lavare i panni sporchi in casa. Le persone assumono atteggiamenti che ci fanno soffrire per due motivi:

    • Sono arroganti e irrispettose
    • Non sanno che qualcosa ci “accende” perché non conoscono la nostra storia o hanno un’educazione diversa o una mentalità diversa

    Nel primo caso è importante dire ciò che sentiamo perché altrimenti la persona irrispettosa sentirà di avere carta bianca per continuare coi suoi comportamenti. Nel secondo caso, frequente nei rapporti d’amore e di amicizia, non possiamo pretendere che l’altro si renda conto istintivamente di averci fatto stare male. Si sente dire che il rapporto perfetto è governato da una forma di empatia simile alla telepatia, ma questo non è vero. Le persone si fraintendono continuamente, anche quando si amano, ed è per questo che i rapporti più forti sono quelli in cui governa la chiarezza.

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