L’amore romantico è il tempo dell’età adulta, del presente: conoscere una persona, comportarsi in modo seducente, fare “cose da adulti” e poi magari innamorarsi. Non penseremmo mai che ci sia una forte parte bambina in tutto ciò, una parte antica che riesce a condizionarci.
Cerchiamo nel partner cenni di approvazione, abbracci quando ci sentiamo cadere, presenza rassicurante e tante, tante conferme del nostro valore. Cose che servono tantissimo anche agli adulti, certo, ma non sono dissimili ai bisogni dei bambini. Il partner, in questi casi, diventa meno una persona da conoscere e più uno spazio psicologico da riempire.
Detta così può sembrare un’esagerazione, ma diversi studi sull’attaccamento adulto mostrano che il modo in cui abbiamo interiorizzato le relazioni con i caregiver continua a incidere in maniera significativa sulle dinamiche sentimentali successive. Una ricerca pubblicata sul Journal of Adult Development ha rilevato che le rappresentazioni di attaccamento verso i genitori restano associate alla qualità delle relazioni romantiche anche in età adulta, influenzando sicurezza, dipendenza emotiva e gestione della vicinanza.
Perciò, secondo gli autori dello studio, non arriviamo mai in una relazione completamente “nuovi, vergini”. Arriviamo con una grammatica affettiva già scritta.
Se da piccoli l’amore è stato percepito come qualcosa da meritare, è probabile che da adulti la scelta del partner si intrecci facilmente con il bisogno di essere validati. Non si cerca soltanto qualcuno che piaccia: si cerca qualcuno dal cui riconoscimento dipenda il proprio valore.
Per questo certe persone diventano magnetiche pur essendo poco adatte: non perché siano particolarmente compatibili, ma perché sono psicologicamente familiari. Chi da piccolo ha avuto a che fare con genitori distanti, che non si aprivano a livello emotivo, va in cerca proprio di figure simili. Ciò vale anche per chi, ad esempio, ha avuto genitori ipercritici o imprevedibili.
Sono dinamiche che spesso riattivano il vecchio schema: “Se riesco a farmi amare ora, allora forse stavolta vinco qualcosa che mi è mancato prima”. In questo modo il rapporto smette di essere soltanto una relazione e diventa una prova di risarcimento emotivo.
Un lavoro pubblicato tra il 2024 e il 2025 sulle continuità tra legame genitoriale e attaccamento romantico ha confermato proprio questo passaggio: le difficoltà nella qualità della relazione con le figure parentali tendono a ripresentarsi, in forma trasformata, nel modo in cui gli adulti regolano fiducia, paura dell’abbandono e bisogno di rassicurazione nel partner.
Il punto interessante è che raramente siamo consapevoli di questo meccanismo mentre si manifesta: pensiamo di essere “molto innamorati” quando siamo soprattutto guidati dalla nostra parte più antica. Pensiamo di desiderare il partner attuale in modo unico, quando in realtà desideriamo l’effetto che il suo sguardo produce su una parte fragile di noi: sentirci finalmente visti, finalmente scelti, finalmente messi al centro.
Non a caso molte storie vissute in questo modo sono emotivamente intensissime ma poco stabili: ogni minima distanza viene letta come una minaccia identitaria, ogni gesto di conferma come un sollievo sproporzionato. Non si sta semplicemente condividendo un legame; si sta regolando una fame affettiva pregressa.
Questo non significa che tutto l’amore adulto sia solo una ripetizione infantile. Sarebbe una lettura riduttiva! Significa però che spesso scegliamo, inseguiamo o tratteniamo qualcuno anche per motivi che hanno poco a che fare con la compatibilità reale e molto con antichi conti rimasti aperti.
La parte più complessa è riconoscere quando il desiderio non è rivolto alla persona, ma alla riparazione simbolica che quella persona promette. Finché continuiamo a chiedere al partner di darci lo sguardo che non abbiamo ricevuto abbastanza, il rischio è uno solo: non amare davvero chi abbiamo davanti, ma usare la relazione come un vecchio esame da superare.
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