Vi siete mai chiesti perché chi subisce un’ingiustizia appare a lungo ossessionato da ciò che gli è stato fatto? Parliamo di fatti che costituiscono reato, come abusi gravi o furti, ma anche di danni non penali, come abbandoni e tradimenti.
La giustizia è molto più che un sistema calato dall’alto che ci permette di vivere in modo civile. È una forma di sicurezza che si radica nella nostra interiorità, permettendoci di guardare gli altri con meno paura possibile. Per questo, quando avviene un’ingiustizia e il danno non è compensato a sufficienza, la persona sembra ossessionata: in realtà è come se avesse perso il suo senso di sicurezza, come se le sue categorie mentali vacillassero.
Ricerche psicologiche hanno dimostrato che il senso di giustizia non rappresenta una reazione emotiva impulsiva dovuta a panico, rabbia, angoscia ecc. ma si attiva quando le aree “razionali” del cervello sono coinvolte. Quindi non si tratta semplicemente di diventare aggressivi quando si subisce un abuso (succede anche questo) ma di confrontare l’accaduto con quello che sarebbe dovuto essere il corretto svolgimento dei fatti e indignarsi per questo. Insomma, un ladro che mi strattona per rubarmi la borsa attiva in me il meccanismo “lotta o fuggi” e può indurmi a reagire, ma il senso di giustizia si attiva quando, a mente fredda, ragiono sul fatto e soffro per le sue implicazioni.
L’ingiustizia è grave perché intacca la sicurezza e la fiducia negli altri esseri umani. Per questo non basta che il danno sia risarcito, ma occorre occuparsi di ricucire la ferita. Il concetto di danno morale ha a che fare con questo: se una persona, a causa dell’illecito subito, soffre, non dorme più, cade in depressione ecc. è chiaro che parliamo qualcosa di più ampio del reato in sé. La legge non è in grado di riparare il danno morale se non con risarcimenti in denaro, che aiutano dando una sensazione di “giustizia fatta”, ma non bastano sempre a riportare calma e fiducia.
Oggi gli esperti suddividono la giustizia in due rami, che hanno implicazioni psicologiche differenti:
Negli Stati Uniti, per tradizione, dove esiste la pena di morte si permette alle famiglie delle vittime di assistere alle esecuzioni. Sembra che il fine sia “dare soddisfazione” a chi ha subito un torto, permettendo di vedere coi propri occhi la morte del colpevole. Sicuramente molti di questi familiari provano un senso di consolazione, o dicono di provarlo, ma non basta davvero. A parte l’oggettiva barbarie di questo tipo di giustizia, quello che serve è un lavoro psicologico e sociale, che può coinvolgere anche il colpevole stesso mentre prende coscienza della gravità delle proprie azioni e chiede perdono.
Fin qui abbiamo parlato più che altro di reati gravi: rilevanti danni al patrimonio, truffe, violenze, omicidi, stupri e quant’altro. Ma se applichiamo, in piccolo, questi ragionamenti anche alle “piccole” ingiustizie che capitano a tutti, possiamo trarre conclusioni interessanti.
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