In Italia la violenza domestica fisica resta un problema rilevante. Secondo le ultime indagini Istat, il 2,2% delle donne impegnate in una relazione la subisce attualmente, mentre 1 milione e 270 mila donne (15,9%) l’ha subita in passato dal proprio ex.
La violenza fisica comprende percosse, ferite da taglio, lancio di oggetti contro la vittima e a volte porta ad accedere al Pronto Soccorso. Il medico di riferimento, in molti casi, è l’ortopedico, che si deve occupare di lussazioni e fratture.
Spesso le donne che si recano in ospedale dopo aver subito una violenza domestica non raccontano cosa è accaduto, anzi, riferiscono ai medici scenari inventati, come una caduta accidentale. Per portare alla luce la verità, informare e salvare è importante che tutti gli operatori siano addestrati a riconoscere i segnali di violenza.
Per questo la SIOT, Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, ha attivato il primo corso di formazione per ortopedici centrato sulla violenza domestica. I medici vengono istruiti sul riconoscimento di traumi da aggressione, imparando a distinguerli dagli infortuni accidentali.
Esempi di traumi che possono essere dovuti alla violenza domestica sono la rottura delle falangi di mani e piedi, la frattura composta del polso sinistro, che può essere causata dal tentativo di difendersi da un aggressore destrorso, o la rottura della caviglia, che può essere bersaglio del lancio di oggetti. Anche i traumi cranici, specie se ripetuti, possono raccontare una storia di abusi.
Gli ideatori del corso ritengono che una conoscenza approfondita delle lesioni da violenza possa aiutare i medici d’urgenza, perché in Pronto Soccorso i ritmi sono veloci e le decisioni da prendere sono rapide. Un occhio allenato permette di leggere situazioni che altrimenti verrebbero ignorate.
Dopo avere identificato una possibile aggressione i medici possono approfondire, ad esempio chiedendo alla vittima di mostrare il collo, le braccia o il petto per cercare altre ecchimosi. Possono essere distribuiti dei questionari per valutare il rischio che il trauma si ripeta. In presenza di un sospetto di violenza i medici possono trattenere la donna un po’ di più, permettendole di parlare in un ambiente sicuro e fornendole indicazioni sull’assistenza sociale.
È importante sapere, però, che gli ospedali hanno spesso le mani legate. In caso di prognosi superiore a 40 giorni i medici sono tenuti ad allertare le forze dell’ordine, ma in caso contrario non possono farlo e deve essere la vittima a sporgere denuncia. In ogni caso il loro lavoro è prezioso, perché potrebbe gettare il seme di una presa di consapevolezza e uscita dalla violenza.
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