Nell’ambito dell’educazione si parla tanto di convalida emotiva, cioè dell’accoglienza delle emozioni del bambino. È un concetto studiato dalla psicologia dello sviluppo, che però può essere frainteso. Dire al proprio figlio: "Capisco che sei arrabbiato" non significa dire: "Hai ragione". Infatti, validare un'emozione non significa approvare qualsiasi comportamento.
Esempio pratico: un bambino può essere furioso perché non gli compriamo un giocattolo, ma possiamo riconoscere la sua rabbia senza comprare il giocattolo.
La convalida emotiva consiste, in sostanza, nel far capire al bambino che la sua esperienza emotiva è stata vista e presa sul serio. Fino a qualche decennio fa, i pensieri e le sensazioni dei piccoli non venivano mai tenuti in conto, come se fossero molto meno importanti rispetto a quelli degli adulti. Oggi si sta cambiando rotta, prima da parte degli esperti e poi anche da parte dei genitori.
Una meta-analisi che ha integrato 1.435 studi ha trovato che calore, controllo comportamentale e stile genitoriale autorevole erano associati a livelli più bassi di problemi esternalizzanti, mentre controllo psicologico, pratiche dure, trascuratezza e, in generale, anche uno stile permissivo risultavano associati a più problemi comportamentali.
Traducendo: la scienza sa che un’educazione troppo rigida e una troppo permissiva producono ugualmente dei danni. Il peggiore equivoco, però, il grande terreno di discussione è che oggi il permissivismo sia eccessivo e dilagante. Qualcuno lo osteggia per abitudine, per fastidio, richiamandosi ai propri traumi infantili e sostenendo di essere comunque “cresciuto bene”. Qualcuno lo sostiene perché fa sentire meno in colpa ed è più facile. Il permissivismo è oggettivamente sbagliato, ma la convalida emotiva è proprio un’altra cosa.
Un bambino non sceglie di essere arrabbiato, triste, spaventato o frustrato. Non possiamo stabilire a comando che cosa deve provare. Possiamo però insegnargli, progressivamente, che cosa fare di quelle emozioni.
Dobbiamo accettare che un bambino si arrabbi! In fondo accade pure a noi e sappiamo di non poterci fare niente. Ciò che conta è l’azione: essere frustrati è ok, picchiare qualcuno per questo no.
Il compito del genitore non è eliminare tutte le emozioni negative del bambino, ma aiutarlo a sviluppare strumenti per gestirle. Una recente meta-analisi di 62 studi ha trovato associazioni tra pratiche genitoriali supportive e migliori capacità di autoregolazione dei bambini, mentre le pratiche più soppressive risultavano associate a una peggiore autoregolazione. In uno studio osservativo su 87 famiglie con bambini tra gli 8 e gli 11 anni, le risposte genitoriali che tendevano a respingere o svalutare le emozioni erano associate a una peggiore regolazione emotiva e a più problemi comportamentali.
Non significa che basti parlare delle emozioni per trasformare un bambino in una persona perfettamente autoregolata, ma il modo in cui gli adulti reagiscono alle esperienze emotive dei figli fa parte dell'ambiente nel quale quelle capacità si sviluppano. I risultati si vedranno tra anni, ma potranno essere stupefacenti.
La frase guida, semplificata, è: “La regola è questa ed è importante per questo. Capisco che ti fa arrabbiare e sono con te. Se vuoi parliamo. Puoi anche piangere. Ma si fa così”.
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