A volte non riusciamo a seguire pienamente chi ci parla e non capiamo fino in fondo discorsi, spiegazioni o anche solo presentazioni. Il motivo non è che siamo incapaci o poco interessati, ma che l’ascolto è una pratica più complessa di quanto si creda.
Alcuni esperti di comunicazione parlano di quattro livelli di ascolto, alcuni dei quali possono impedire di cogliere le sfumature di un discorso o di prestare piena attenzione.
Insomma, quattro modi di sentire per quattro modi di capire. Ecco quali sono:
Il primo livello di ascolto descrive un caso molto comune: l'altra persona parla e noi, invece di concentrarci interamente su quello che sta dicendo, pensiamo a cosa diremo dopo. Magari ci viene in mente un'esperienza simile che vogliamo raccontare o una battuta, un'obiezione, una spiegazione.
La conversazione normale funziona anche attraverso anticipazioni e risposte, altrimenti si incepperebbe di continuo. Il problema arriva quando siamo così concentrati sul nostro intervento da perdere quello che l'altra persona sta effettivamente dicendo.
In questo caso, mentre l’altro parla, ci troviamo a elaborare dentro di noi un discorso parallelo in cui giudichiamo l’argomento della conversazione. Ad esempio, una persona ci sta raccontando il litigio con un’altra e noi ci perdiamo a pensare a cosa avremmo fatto di diverso, o anche solo a chi ha ragione.
Nella vita quotidiana dobbiamo continuamente valutare ciò che ascoltiamo, anche per rispondere o consigliare al meglio, ma questo può distrarci troppo.
Questo livello di ascolto ci avvicina di più all’ideale. In questo caso siamo meno concentrati su noi stessi e più sull’altro, sforzandoci di capire bene le sue ragioni e la sua visione. Ascoltare per capire è faticoso, non esenta dai fraintendimenti, ma apre a conversazioni profonde.
L’ultimo livello è il più difficile da definire e bisogna stare attenti a non trasformare l'ascolto in una specie di lettura del pensiero. Cogliere il “sottotesto” consiste nel prestare attenzione non solo alle parole ma anche al tono della voce, alle pause, alle esitazioni e al contesto.
Neanche qui la piena comprensione è garantita: siamo tutti diversi e non è detto, ad esempio, che chi parla con un filo di voce sia triste o malato. Però, se si conosce bene chi parla, l’attenzione al non detto aiuta a capire quasi più delle parole.
Parlare di ascolto attento non deve farci pensare che ribattere, chiedere o persino interrompere sia sbagliato. La vera conversazione si fa sempre in due, a botta e risposta, come una partita di tennis. La sola differenza sta nell'intenzione e nella qualità dell’ascolto.
I quattro livelli di ascolto non corrispondono a quattro tipi di persone, perché anche durante lo stesso dialogo possiamo passare dall’uno all’altro, senza che si possa fare un giudizio morale. L’ideale sarebbe diventare talmente autoconsapevoli da capire dove va la nostra attenzione mentre qualcuno ci sta parlando e correggerci in diretta, canalizzando di nuovo la nostra attenzione nel modo giusto.
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