Stare vicino a un cavallo non è una cosa neutra né facile: richiede di rallentare, prestare attenzione ai suoi movimenti, avvicinarsi senza forzarlo, capire quando è tranquillo e quando invece lasciargli spazio. Anche per questo, negli ultimi anni, il rapporto con i cavalli è stato studiato come possibile supporto in diversi percorsi terapeutici, soprattutto in ambito psicologico.
In medicina si parla di “interventi assistiti dal cavallo”, che possono prevedere attività molto diverse, anche senza salire in groppa. Infatti uno dei motivi per cui il cavallo può essere interessante in un contesto terapeutico è il tipo di relazione che richiede, più che l’aspetto sportivo.
Non è un animale che esegue automaticamente quello che gli chiediamo. Per interagire con lui bisogna imparare a osservare il comportamento, regolare i propri movimenti e prestare attenzione alle reazioni dell'animale. Pulirlo, condurlo, occuparsi di lui o svolgere un esercizio insieme diventano così attività che richiedono una certa presenza mentale.
Questo non significa che il cavallo “senta” automaticamente le emozioni di una persona o che possa sostituire un terapeuta. Sono interpretazioni molto più forti di quanto permettano le prove disponibili. Il possibile valore terapeutico sta piuttosto nell'interazione strutturata con l'animale e nelle attività che vengono svolte insieme.
Una revisione del 2025 ha esaminato 31 studi sugli interventi assistiti dal cavallo in persone con disturbo da stress post-traumatico, ansia e disturbi dell'umore. Si è visto che, pur essendo le ricerche condotte con metodi troppo differenti, tutte rilevavano almeno un effetto positivo sui pazienti.
Nella ricerca sul PTSD (disturbo post traumatico) i risultati sono davvero incoraggianti, con una riduzione significativa dei sintomi nei pazienti sottoposti a interventi assistiti dal cavallo. Anche qui, secondo la comunità scientifica, servono studi più rigorosi, ma gli effetti empirici rimangono.
Un'idea da correggere, quando si parla di cavalli e terapia, è che per ottenere i benefici sia necessario saper cavalcare bene. Non è così! Molti interventi prevedono attività da terra: prendersi cura dell'animale, condurlo, svolgere esercizi o semplicemente imparare a interagire con lui. In questi casi il cavallo non viene considerato soltanto come qualcosa su cui salire, ma come parte attiva dell'attività terapeutica.
Questo può essere importante anche per chi ha paura dei cavalli o non ha mai avuto esperienza con loro. Naturalmente, la modalità di intervento deve essere scelta in base alla persona e agli obiettivi del percorso, sempre con professionisti adeguatamente formati.
La cosa meravigliosa è che il beneficio della terapia può riguardare anche la relazione con gli esseri umani. Il rapporto con un cavallo, infatti, non è sempre un'esperienza solitaria: molti programmi si svolgono in gruppo e richiedono di collaborare con operatori e altre persone.
Secondo una ricerca del 2024 gli interventi assistiti dal cavallo sono utili non solo ai pazienti psichiatrici, ma anche alle persone con demenza: esse ottengono risultati sul piano emotivo e comportamentale, migliorando la loro partecipazione sociale e la loro comunicazione.
Il fatto che le ricerche stiano trovando risultati promettenti non significa che stare con i cavalli sia una cura per ansia, depressione, demenza o trauma. Le ricerche stesse ammettono che i risultati degli interventi sono molto variabili. Il cavallo può diventare uno strumento interessante all'interno di alcuni percorsi, soprattutto quando l'intervento è ben strutturato e condotto da professionisti. Non è invece sufficiente fare equitazione ogni tanto per parlare di terapia.
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