Dire “facciamo pace” può essere sufficiente per interrompere una discussione, ma non può che ricominci prima o poi. Tra le due cose c'è una differenza importante: mettere fine a uno scontro e risolvere le condizioni che lo hanno provocato non sono la stessa cosa.
Un principio generale che vale nei conflitti tra Stati, ma anche in quelli molto più quotidiani: una coppia può smettere di discutere senza aver affrontato il problema che continua a dividerla, così come in un gruppo di amici o colleghi può raggiungere un accordo mentre le stesse tensioni restano pronte a riemergere.
Per questo, quando si parla di pace, oggi si tende a guardare anche a ciò che viene dopo la fine dello scontro.
Riprendiamo per un momento la metafora dei conflitti tra Stati. A livello internazionale, le Nazioni Unite hanno progressivamente adottato una concezione della costruzione della pace che non si limita alla cessazione delle ostilità: prevenire nuove crisi significa intervenire anche sulle cause profonde del conflitto, sulla disuguaglianza, sull'esclusione, sulla discriminazione, sull'assenza di fiducia e sulle violazioni dei diritti.
Il concetto può essere trasferito, con le dovute proporzioni, anche ai rapporti personali. Se due persone litigano continuamente perché una si sente ignorata e l'altra controllata, chiedere semplicemente di “non litigare più” difficilmente risolverà qualcosa. Il silenzio può durare qualche giorno, ma il problema rimane.
La domanda vera, il centro, diventa quindi che cosa stia continuando a produrre lo scontro.
Spesso la discussione visibile è soltanto l'ultimo anello di una catena. Dietro possono esserci bisogni incompatibili, vecchie ferite, paura, senso di ingiustizia, mancanza di riconoscimento oppure una distribuzione del potere sbilanciata.
Anche nei conflitti collettivi, le cause raramente sono isolate. L'ONU parla di una combinazione di fattori economici, politici e sociali, tra cui povertà, esclusione, disuguaglianze, discriminazione, competizione per le risorse e istituzioni deboli.
In una coppia il conflitto occasionale può non contare, ma quando diventa ricorrente ci vuole un lavoro quasi archeologico alla ricerca delle cause, non più della scintilla.
Un altro elemento centrale, diretta conseguenza del primo passaggio, è la possibilità di parlare del problema senza limitarsi a “venirsi incontro”. La mediazione e il dialogo possono servire proprio a questo: creare uno spazio nel quale le persone coinvolte possano esprimere interessi, bisogni e responsabilità, cercando una soluzione che non sia soltanto una pausa tra due scontri.
Ma, e questo è importante, dialogare non significa necessariamente trovare un compromesso. Se esiste una situazione di abuso o una forte disparità di potere, mettere semplicemente le parti sullo stesso piano può essere persino fuorviante. In questi casi possono essere necessari protezione, responsabilità e giustizia prima ancora di parlare di riconciliazione. Non aspettare di “smettere di amare” ma avere il coraggio di allontanarsi da una relazione infelice.
La fiducia, soprattutto dopo un conflitto importante, non si ricostruisce con una sola conversazione. Servono comportamenti coerenti nel tempo, possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita e la sensazione che le condizioni che hanno alimentato lo scontro stiano davvero cambiando.
Una pace duratura non significa che non esisteranno più differenze, discussioni o interessi contrapposti. Magari, però, si potrà parlare di “crepe” e non più di “linee di faglia”.
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