Ti è mai capitato di sfogarti riguardo a un tuo problema e sentirti dire frasi come: “Non pensarci”, “Guarda il lato positivo”, “Prova a…”? Immagino che tu ti sia innervosito. Non volevi rassicurazioni banali, non volevi nemmeno soluzioni, volevi solo lamentarti ed essere ascoltato.
Alcune persone dicono frasi simili per tagliare corto, per dirottare la conversazione su altri temi più rassicuranti. Qualcuno fa uscite del genere perché non è interessato al tuo dolore. Ma qualcuno pronuncia queste frasi perché si trova seriamente in difficoltà.
Ascoltare il dolore degli altri è difficile. Ci si sente investiti di un compito importante, quello della “spalla su cui piangere”, e spesso ci si sente a disagio. Sembra che non si riesca mai a dire la cosa giusta e in effetti è così. Ci si lancia in una massa di frasi fatte solo per non stare in silenzio, per far capire all’altro che comunque si è attenti e presenti, per provare a essere di aiuto. Purtroppo a volte si sortisce l’effetto contrario: la persona che si sfoga e riceve in risposta frasi banali si sente ancora più sola e incompresa.
Si dice che la regola d’oro è: “Tratta gli altri come tu vorresti essere trattato”. Ma, in ambito medico, è stata inventata un’altra regola, la cosiddetta regola di platino: “Tratta gli altri come loro vogliono essere trattati”. Sembra poco, ma in realtà è una piccola rivoluzione.
Il ricercatore canadese Harvey Max Chochinov, un’autorità nell’ambito delle cure palliative, ha espresso un concetto molto interessante: quando l’esperienza degli altri è profondamente diversa dalla nostra, smettiamo di essere un metro di misura affidabile per interpretare i loro bisogni. Il punto di vista di una persona che sta per morire non ha niente a che fare con quello di chi è in salute ed è del tutto inutile cercare di consolarla nel “solito modo”. Questo è un esempio che può essere applicato anche a problemi più piccoli, relativi alla vita di tutti i giorni.
Cosa possiamo evitare di dire per essere davvero utili ed evitare che gli altri si sentano più a disagio? Ecco nove frasi da bandire:
Sembra una frase passepartout, ma ha l’effetto sgradevole di minimizzare il problema. Inoltre spesso viene usata per tagliar corto, evitando di dare all’altro lo spazio che si merita.
Questa frase spesso viene usata per far sentire all’interlocutore che si è vicini alla sua sensibilità. Ha però l’effetto indesiderato di spostare il focus su chi la pronuncia, togliendo dai riflettori il dolore ben più urgente e attuale di chi si sta sfogando.
Nessuno sa mai come si sente veramente un altro. Come nel punto precedente, chi dice questa frase cerca di dimostrare vicinanza, ma rischia di indispettire la persona che sta male. Meglio dire: “Immagino che la tua situazione possa essere difficile”.
Questa è una tipica frase fatta che ha l’effetto di sminuire il dolore di chi sta soffrendo.
Questa è una bella frase, molto incoraggiante, e può essere usata senza problemi, a patto che non si trasformi in un modo rapido per chiudere una conversazione.
Questa frase, apparentemente innocua, può suonare a chi sta male come un giudizio. E non vogliamo far sentire in colpa il nostro interlocutore per stare esprimendo il suo dolore.
Anche questa frase può sembrare giudicante. Inoltre sposta il focus sul disagio di chi la pronuncia e non su quello di chi sta male.
Tale frase è molto invalidante: dà l’idea che la persona stia reagendo al dolore in modo sbagliato. Questo può pure essere vero, ma non è il caso di farlo pesare in una circostanza del genere.
È normale cercare di proporre soluzioni quando una persona sta vivendo un disagio. Ma spesso chi sta piangendo, chi si sta sfogando non cerca formule magiche, cerca solo ascolto e supporto. Meglio chiedere prima se l’altro vuole un consiglio oppure no.
Per rispettare l’interlocutore e far sentire comunque una vicinanza si possono dire frasi più delicate:
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