La Commissione europea si è data l’obiettivo di porre fine al fenomeno del fast fashion entro il 2030. Per troppo tempo l’industria dell’abbigliamento è potuta prosperare ignorando i temi della sostenibilità sociale e ambientale dei suoi prodotti. Con l’avanzare dei cambiamenti climatici, però, non è più possibile ignorare l’elefante nella stanza, anche quando in apparenza è leggero come un tessuto. I provvedimenti approvati dall’UE pongono alle aziende di ogni settore paletti sempre più stringenti e anche il mondo della moda dovrà adeguarsi.
Il fast fashion nasce come risposta a una domanda generalizzata di capi d’abbigliamento a basso costo e la soddisfa producendo infinite collezioni di capi destinati a restare negli armadi per pochi mesi; capi di scarsa qualità che non resistono all’usura e reggono a un numero limitato di lavaggi. Ai consumatori finora non è importato molto di dover cambiare spesso i propri vestiti: anzi, l’idea di sperimentare nuovi outfit ogni mese è apparsa in passato molto attraente, specialmente per le giovani donne, tentate prima dai grandi marchi euroamericani e poi dalle luccicanti collezioni a prezzi ridicoli di siti come Shein. Si calcola che, in media, un europeo getta ogni anno 11 kg di vestiti.
Ma il costo del fast fashion è devastante, sia per i lavoratori dell’industria tessile (sottopagati) sia per l’ambiente. Siamo ormai dominati dalla necessità di trovare alternative sostenibili. Quali possono essere? Per le aziende, si tratta di ricominciare a creare abiti etici, come un tempo: scegliere fibre naturali di buona qualità o comunque riciclate è la via maestra.
Esistono già marchi, come ad esempio RSPR (nato nel Qatar) che creano abbigliamento partendo interamente da bottiglie di plastica riciclate. In Europa, negli ultimi anni, hanno iniziato a essere di moda i negozi di abbigliamento vintage, che si basano sul concetto di riciclo e di economia circolare e contribuiscono a rendere più originali gli armadi con “prelievi” da epoche e stili dei decenni passati.
In attesa che la grande industria della moda si adegui, quello che ciascuno di noi può fare è:
Come si riconosce un capo “fast”? Semplice: costo basso e materie prime non naturali/non tracciabili
Sono molte le aziende e le startup che producono capi interamente naturali o riciclati. A volte è difficile distinguere un marchio davvero sostenibile da uno che si spaccia per tale: è in atto in tutta l’industria un fenomeno, il cosiddetto “greenwashing”, che punta a far passare per etico ciò che in realtà non lo è affatto. Per questo è meglio puntare sulle piccole aziende e informarsi in prima persona.
I negozi che propongono capi vintage o di seconda mano sono sicuramente sostenibili perché promuovono il riutilizzo degli abiti usati, piuttosto che la creazione e la vendita di vestiti nuovi.
Su siti come Etsy o nei mercatini artigianali è possibile imbattersi in persone che hanno scelto di fare di una passione un lavoro: sarti o magliai che creano abiti in proprio, riducendo enormemente la filiera e quindi anche l’impatto ambientale (niente trasporti inquinanti, ad esempio).