Nel mondo delle vendite esiste una tecnica chiamata “chiusura alternativa”: si chiede al cliente di scegliere tra un’opzione A e un’opzione B. Questa strategia funziona perché quando il cliente ha troppe opzioni può entrare in paralisi, quindi può essere sopraffatto e l’acquisto può fallire (irritando profondamente sia lui che il venditore). Con la “chiusura alternativa” il cliente è contento e tende ad acquistare senza problemi, convinto di aver fatto la scelta migliore. Ma in realtà la sua non è una vera scelta: per il venditore è indifferente che lui opti per la soluzione più costosa o più economica, perché offrendo al cliente la scelta tra due opzioni lo ha già catturato, assicurandosi che l’affare (grande o piccolo che sia) vada in porto.
Quando abbiamo un numero limitato di opzioni, negli acquisti come nella vita, la nostra mente non divaga oltre certi binari. Ci chiediamo quale scelta sia la migliore, facciamo un’analisi dei pro e dei contro, anticipiamo future conseguenze ma non ci chiediamo mai che cosa ci farebbe davvero felici. E forse questa felicità potrebbe celarsi al di là delle possibilità che ci sono offerte.
Herbert Marcuse, in “L’uomo a una dimensione”, sostiene che la società industriale avanzata crei una forma di controllo molto simile alla tecnica della “chiusura alternativa” (non lo dice proprio così, ma i paragoni ci sono). Secondo lui, attraverso il consumismo e la cultura di massa le persone sono spinte a interiorizzare i bisogni e i desideri della società credendo che siano propri. Non si rendono conto di essere vittime di una forma di manipolazione che rivela una vera e propria repressione mascherata.
Per Marcuse, viviamo in una società caratterizzata da un falso pluralismo in cui le persone credono di poter scegliere chi votare, cosa leggere o quale stile di vita adottare ma in realtà sono sempre incanalate nello stesso tunnel, potendo scegliere solo tra cose che fanno comodo a chi detiene il potere. In poche parole, il filosofo sosteneva che “la libera scelta dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi”.
I beni e i servizi tra cui possiamo scegliere sono tanti, ma se questi sostengono una “vita alienata” non possiamo parlare di una vera libertà. L’individuo, trasformato in consumatore, non si accorge di non avere la possibilità di mettere in discussione le fonti da cui derivano le sue scelte. Pertanto la libertà di cui crediamo di godere è in realtà una forma di controllo sociale.
Si può uscire da questa condizione? Per noi persone comuni non è facile e forse neanche possibile. Ciò che possiamo fare però, nel nostro piccolo, è tentare di disinserire il nostro pilota automatico e cercare la nostra autenticità. Se la felicità vera, quella che aneliamo, non risiede nelle opzioni che ci sono offerte, possiamo prendere gli attrezzi in mano e costruircela noi.
Commenti