La violenza psicologica è uno strumento di coercizione che non si basa sulla forza bruta, ma porta le vittime ad agire contro la loro volontà per via delle pressioni verbali o ideali agite dall’aggressore.
Queste pressioni sono forme di manipolazione psicologica come minacce, intimidazioni, ma anche parole destinate a instillare sensi di colpa. In questo senso, possiamo ipotizzare che anche le umiliazioni di tipo morale, quando ingenerano consapevolmente sensi di colpa, possano essere considerate forme “oscure” di violenza psicologica.
Cosa significa umiliare moralmente? Significa imporre a un’altra persona la propria visione del mondo, sottoponendo a dure critiche ogni opinione divergente.
Siamo in un mondo che solo in epoca molto recente sembra aver scoperto e accettato l’idea della tolleranza, ossia la possibilità che etiche e valori diversi possano convivere in uno stesso stato, gruppo o famiglia senza necessariamente amalgamarsi. Viviamo in un’Europa dove per secoli le guerre di religione hanno prodotto vere e proprie stragi e dove nel ‘900 i totalitarismi si sono imposti lasciandosi dietro scie di sangue. Ancora oggi chi persegue le proprie idee con tanta forza da “convertire” gli altri è visto con favore. Però è ben diverso portare gli altri a cambiare idea attraverso un dialogo rispettoso e razionale dall’imporsi su di lui con la violenza psicologica (o “morale”).
La “moralizzazione” parte dall’assunto di essere migliori degli altri e dal rifiuto che possano esistere modelli di vita buoni almeno quanto il proprio. Ci si pone così in una posizione di forza e si ritiene di dover correggere gli altri con qualunque mezzo a disposizione. La coercizione, l’umiliazione e altri metodi riprovevoli vengono giustificati con il pretesto di un bene superiore a cui mirare.
Spesso chi fa violenza morale occupa posizioni di rilievo che lo giustificano nel suo operare: non solo un politico o un sacerdote, ma anche un padre, una madre, un capo, un individuo riconosciuto e apprezzato nel gruppo per la sua abilità comunicativa. A volte queste persone sono davvero rivestite di un ruolo educativo (come i genitori o i maestri) ma lo travalicano, confondendo l’insegnamento con l’imposizione. Anziché guidare controllano e anziché infondere consapevolezza creano insicurezza e paura.
La vittima di violenza morale ha due sensazioni fondamentali: si sente controllata (perché effettivamente lo è) e si sente in colpa o sbagliata (perché lo strumento della violenza è l’umiliazione). Uscire da questo circolo vizioso, nel quale ha la sensazione che anche i suoi pensieri siano oggetto di controllo, deve partire dalla coscienza di stare subendo un vero e proprio abuso.
Infatti, per quanto alcune idee altrui possano apparire senza senso o sbagliate, è sempre fondamentale avere rispetto e ricordare che la coscienza è individuale e inalienabile. Il moralizzatore violento non ha a cuore il benessere altrui, ma si serve dell’umiliazione e della coercizione soltanto per confermare il proprio potere. Se si è animati da un genuino desiderio di portare gli altri ad abbracciare le proprie idee non si può mai e poi mai prescindere dalla considerazione del loro valore, dal rispetto della loro individualità e dalla comprensione del loro punto di vista.