Leggere fa bene: è una frase che sentiamo ripetere fin da bambini. Un modo per farci studiare di più o un’affermazione veritiera? A quanto pare, più la seconda.
Negli ultimi anni i neuroscienziati hanno provato a osservare il cervello durante e dopo la lettura. L'obiettivo non era dimostrare che i libri ci rendano automaticamente più intelligenti, come a volte si legge online, ma capire se un'attività apparentemente così tranquilla lasci qualche traccia reale.
Uno degli studi più citati è stato pubblicato nel 2013 da Gregory Berns, neuroscienziato della Emory University. Alcuni volontari lessero ogni sera alcune pagine del romanzo Pompei di Robert Harris. Durante quei giorni furono sottoposti a risonanza magnetica funzionale.
I ricercatori notarono un aumento della connettività in alcune aree cerebrali coinvolte nel linguaggio, ma non solo! Cambiamenti misurabili interessarono anche regioni associate alla percezione del movimento e delle sensazioni corporee, come se il cervello continuasse a "portarsi dietro" qualcosa della storia anche dopo aver chiuso il libro. Gli stessi autori dello studio parlarono di una sorta di eco dell'esperienza narrativa.
Se però speri che leggere trasformerà il tuo cervello in pochi giorni dovrai abbassare le tue aspettative, o quantomeno sottoporle al dubbio. Infatti lo studio che abbiamo citato era piccolo e i risultati vanno interpretati con cautela. Ciò non toglie che lo spunto sia interessante: quando leggiamo non stiamo semplicemente decifrando delle parole ma stiamo costruendo scene, immaginando ambienti, seguendo le intenzioni dei personaggi, anticipando ciò che potrebbe accadere. Questo per il cervello non è solo uno svago ma un vero e proprio lavoro che coinvolge reti cerebrali diverse.
È uno dei motivi per cui gli psicologi Keith Oatley e Raymond Mar, che da anni studiano il rapporto tra narrativa e mente, descrivono il romanzo quasi come una palestra: ogni storia ci costringe a entrare, almeno per qualche ora, nella prospettiva di qualcun altro, e ciò richiede uno sforzo cognitivo superiore.
Al di là della “misurabilità” dei benefici della letteratura, già diversi studi hanno osservato che chi legge narrativa con una certa frequenza tende a ottenere risultati migliori in alcuni test che misurano la capacità di comprendere emozioni, intenzioni e stati mentali delle altre persone. In questo senso si parla di narrativa come palestra sociale.
Anche i saggi allenano la mente, ma in modo diverso. Qui il lettore è chiamato soprattutto a collegare informazioni, mettere in discussione idee già acquisite e costruire nuovi schemi mentali. È un lavoro meno emotivo e più analitico, ma non per questo meno impegnativo. Tant’è che i saggi sono il principale pilastro di tutti i corsi universitari, da quelli di ingegneria a quelli di lettere.
Gli esperti in neuroscienze precisano, però, che la lettura non è l’unica attività che promuove la neuroplasticità. Sebbene sia un’occupazione nobilissima, non va neppure intesa come l’unico vero modo di acculturarsi, se intendiamo questo termine nel suo significato etimologico. Studiare una lingua, imparare uno strumento musicale, persino praticare uno sport sono attività che possono contribuire alla neuroplasticità.
Ma la lettura ha oggi un valore speciale, che non dipende dal libro bensì dal mondo che ci circonda. In un'epoca in cui siamo abituati a contenuti sempre più rapidi e frammentati, leggere significa dedicare tempo a un pensiero che richiede continuità. Che sia un romanzo o un saggio, un libro ci obbliga a mantenere l'attenzione, a seguire un filo logico e, ogni tanto, a mettere in discussione il nostro modo di vedere le cose.
La perdita drammatica della soglia dell’attenzione in ragazzi e adulti trova nel libro un potente antidoto, ed ecco che questo strumento antico si rivela sempre più importante per il presente.
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