Programmare il futuro è una capacità preziosa che permette di organizzare il lavoro, prendere decisioni, risparmiare denaro e immaginare gli obiettivi da raggiungere. Difficilmente potremmo fare a meno di questa abilità. Ma cosa succede quando il futuro smette di essere un punto di riferimento e diventa l'unico luogo in cui sembra possibile stare bene?
"Potrò rilassarmi quando finirò questo progetto", "Sarò felice quando troverò un altro lavoro", "Comincerò a vivere davvero dopo le vacanze"… a cambiare è il contenuto, ma il meccanismo rimane lo stesso: il benessere viene continuamente rimandato a un momento che deve ancora arrivare.
Per quanto tutti gli studiosi confermino che chi pensa al futuro è più motivato ed energico, nel guardare sempre avanti c’è un rischio: abituarsi a vivere come se il presente fosse soltanto una sala d'attesa.
La psicologia descrive un fenomeno chiamato “arrival fallacy”, espressione resa popolare dallo psicologo Tal Ben-Shahar. Si tratta della convinzione che, una volta raggiunto un determinato traguardo, arriverà finalmente una felicità stabile e duratura. Ma la realtà non è questa: dopo aver ottenuto qualcosa, il cervello ci mette poco ad abituarsi e a programmare nuovi obiettivi. Si parla, nello studio del comportamento, di adattamento edonico: ci abituiamo rapidamente ai cambiamenti positivi e ciò che inizialmente sembrava straordinario finisce per diventare la nuova normalità.
Per questo alcune persone, pur raggiungendo risultati importanti, continuano a provare la sensazione che manchi sempre qualcosa. Ci chiediamo spesso, per esempio, perché i ricchi vogliano sempre essere più ricchi, i potenti più potenti, quando pensiamo che a noi basterebbero una casa decente e un reddito dignitoso. Ma non siamo al loro posto e non possiamo sapere se ci comporteremmo allo stesso modo nelle loro condizioni.
Forse, però, il principale danno del pensare sempre al futuro consiste nella riduzione della capacità di stare nel presente. Non solo il godere delle piccole cose, ma anche il vivere positivamente esperienze afinalistiche.
Una passeggiata non può sempre essere intesa come allenamento, una cena come interruzione del lavoro, un hobby come eventuale secondo lavoro. Il riposo dovrebbe essere riposo e non una “ricarica” in funzione del giorno dopo. Il futuro non è un nemico, ma non deve finire per occupare tutto lo spazio mentale di una persona.
I saggi affermano che se continuiamo a vivere aspettando il momento in cui inizieremo finalmente a vivere, rischiamo di scoprire troppo tardi che quel momento era passato davanti a noi ogni giorno, senza che ce ne accorgessimo. Per questo, e qui concludiamo, il tanto sottostimato presente vale molto di più di qualsiasi altra cosa.
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