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    La generazione degli "adultescenti”: chi sono?
    Molti trentenni e quarantenni di oggi si considerano ancora ragazzi o vivono come tali. Perché?

    Quando inizia davvero l’età adulta? Un importante articolo di “The Atlantic” solleva la questione, e non è l’unico. Le idee in proposito non combaciano. L’età adulta legale inizia a 18 anni, quella “tradizionale” probabilmente a 25, la neuroscienza dice a 32. Ma l’articolo che abbiamo citato non riesce a concludere nulla: nessuno sa più quando una persona smette di essere “ragazzo/a” e diventa “adulto/a”.

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    Non sono più così rari i quarantenni che chiamano se stessi “ragazzi”, cosa che fa accapponare la pelle a molti ma che è sempre più frequente. Anche tanti trentenni, la maggioranza forse, si dicono “ragazzi” e fino ad alcuni decenni fa sarebbe sembrato ridicolo.

    Gli studiosi hanno creato per queste generazioni il termine “adultescenti”: persone che hanno un’età tradizionalmente considerata adulta ma non riescono proprio a vedere se stesse in questi termini. Nonostante una casa propria (che sia affittata o comprata, da soli o con un partner), nonostante lavoro e figli continuano a manifestare atteggiamenti e desideri propri di un’età precedente. Non amano considerarsi maturi e preferiscono vivere più alla giornata rispetto ai loro padri, sono allergici alle scelte definitive e si pongono sempre in atteggiamento di scoperta.

    Non è ancora ben chiaro il perché di questo fenomeno e probabilmente non si può ridurre tutto a una sola spiegazione. Il nostro parere è che l’allungamento della vita media abbia un suo ruolo, perché sposta la vecchiaia sempre più in avanti. Se i settantenni sono in ottima forma e iniziano appena appena a considerarsi un po’ anziani (cosa che in passato avveniva un decennio o un lustro prima) anche i trentenni, comprensibilmente, sentono la vecchiaia più lontana.

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    Secondo alcune ricerche autorevoli, i trentenni e quarantenni di oggi sono effettivamente, biologicamente più giovani rispetto a quelli di quarant’anni fa: hanno una salute migliore, una pelle più bella, denti più sani. Anche questo aspetto più fresco può indurli a considerarsi meno adulti, se c’è un capello bianco ogni cento, se c’è una rughetta sotto gli occhi e poco altro.

    Ma il contributo maggiore al fenomeno è culturale. Negli ultimi anni la maturità è stata considerata un concetto negativo: non una conquista soddisfacente ma la tomba di ogni piacere. Essere seri, posati, essere “inamidati”, impegnati, responsabili, legati a vita al proprio ruolo: sono cose che gli adulti di oggi non vogliono più. Preferiscono percepirsi come ancora in cerca, come gli adolescenti.

    Molti nati negli anni ’80 e ’90 non si vestono “da adulti”. Nemmeno da ragazzini, c’è da dire, ma sicuramente non come i loro padri. Tanti continuano ad amare i cartoni animati della Disney, a collezionare gadget dei Pokèmon o a tatuarsi personaggi Anime, come facevano venti o trenta anni fa. Però hanno un lavoro (i più fortunati a tempo indeterminato), delle relazioni (pur ballerine) e dei figli. Per qualcuno è incomprensibile, per qualcun altro una nuova estetica che cancellerà per sempre le distinzioni rigide tra le generazioni.

    Il fenomeno degli “adultescenti” è negativo? In gran parte sì. Arriva un momento in cui bisogna saltare la barricata, iniziare a dire sì o no, scendere a patti con chi si è, diventare una guida per i più giovani. Quando la generazione dei “boomer” sarà sparita, riusciranno davvero a risultare autorevoli?

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    Dall’altro lato questi adulti-ragazzi forse non hanno tutti i torti. Per molti secoli è stata data eccessiva importanza alla maturità. È difficile capirlo per chi è cresciuto in anni passati, ma non è affatto detto che l’adulto ideale sia necessariamente rigido e serio. Anche perché questa è sempre stata più che altro una facciata.

    Chissà se i figli degli anni ’80 e ’90 riusciranno a costruire una nuova idea di età adulta che trovi una mediazione tra i due estremi, entrambi potenzialmente dannosi per la felicità.

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